Nameless Gangster

29/03/2013

Titolo originale: Bumjoewaeui Junjaeng
Regia: Yoon Jong-bin
Cast: Choi Min-sik, Ha Jung-woo, Gwak Do-won,  Jo Jin-ung, Ko In-beom, Kim Eung-soo, Kim Hye-eun
Genere: Drammatico
Produzione: Corea
Anno: 2012
Durata: 133
Voto: 6.5


Choi Ik-hyun, rispettabile uomo d’affari, viene arrestato e invitato a rilasciare una piena confessione in merito alle proprie attività criminali. Dieci anni prima, Choi era un semplice ispettore doganale al porto di Busan, che si limitava a intascare mazzette. Una notte intercetta un carico di dieci chili di eroina, e cerca di venderlo al gangster Choi Hyung-bae. Dopo un’ incomprensione iniziale, i due scoprono di far parte alla lontana della stessa famiglia e decidono di mettersi in società: Ik-hyun sarà la mente, mentre Hyung-bae sarà il braccio, colui che si incaricherà di sbarazzarsi della concorrenza..
Epopea gangsteristica in debito con analoghi affreschi scorsesiani, da “Quei bravi ragazzi” a “Casinò”, “Nameless Gangster” è anche un tuffo nella Corea degli anni ’80, inappuntabile per dettagli e accuratezza della ricostruzione. La storia della mafia sudcoreana nata dalle gang di strada (Ggangpae), è strettamente intrecciata con le vicende politiche della nazione. Appoggiata dal dittatore Syngman Rhee, il quale se ne servì negli anni del dopoguerra per reprimere la dissidenza, fu spazzata via dopo il colpo di stato del 1961 ad opera di Park Chung-hee, ma riprese quota negli anni ’70. Nel 1990 il Presidente Roh Tae-woo dichiarò guerra al crimine organizzato, cosa che non gli impedì in seguito di essere processato per corruzione e per complicità nel massacro di Gwangju. E proprio la guerra alla mafia del 1990, durante la quale migliaia di membri delle gang vennero incarcerati, segna l’inizio di “Nameless Gangster”.
Il sodalizio tra i due Choi inizia nel 1982, e questo dà modo al regista Yoon Jong-bin (The Unforgiven, Beastie Boys) di ripercorrere un decennio di collusioni tra mafia e politica. L’attenzione al dettaglio antropologico è il medesimo che Scorsese ha riservato alla mafia italoamericana, solo che invece che tra discoteche e casinò, con corollario di musica anni ’70, cocaina e ragù, ci muoviamo tra ristoranti e karaoke bar, con contorno di K-pop e grandi bevute di soju. Yoon evidenzia l’importanza del clan di appartenenza e dei legami parentali, anche approssimativi, per tessere legami a tutti i livelli della società, per ottenere solidarietà e sostegno anche tra le alte sfere. I due Choi portano lo stesso cognome, cosa assai diffusa in Corea, e provengono dalla medesima regione. Tanto basta perché decidano di mettersi in società, tanto più che Ik-hyun fa pesare l’autorevolezza che gli conferisce l’anzianità. Un’autorevolezza che non esita a dissipare in più occasioni, quando pensa di ottenere il proprio tornaconto. Vittimista, manipolatorio, ubriacone, logorroico e apparentemente sconsiderato, Ik-hyun non si sporca mai le mani in prima persona e tutte le sue intemperanze sono motivate da un disegno preciso: diventare il numero uno della mafia di Busan. A questo scopo coltiva amicizie influenti tra politici, magistrati e procuratori usando l’arma della corruzione, sempre attuata per vie oblique e insinuanti. Hyung-bae è invece un gangster della vecchia scuola, cresciuto in strada, che si attiene a un codice d’onore codificato ma sorpassato dai tempi. Il conflitto tra Ik-hyun e Hyung-bae, o meglio tra l’opportunismo dell’uno e la rigida morale dell’altro, sarà dunque inevitabile e solo a uno dei due spetterà il podio del vincitore. Inoltre vale la pena di notare come il tasso di violenza della mafia coreana sembra essere assai più contenuto rispetto a quello della sua controparte d’oltreoceano. Niente teste schiacciate nelle presse industriali, seghe elettriche o colpi di pistola come se piovesse, al massimo una colluttazione a base di mazze da baseball, qualche bottigliata o, mal che vada, un affondo di coltello.
A scanso di equivoci, i mafiosi di “Nameless Gangster” non hanno nulla di epico (vedi Coppola), anzi, quella di Ik-hyun è più che altro la tragedia di un uomo ridicolo, e Yoon lo sottolinea ampiamente con le sarcastiche marcette che fanno parte della colonna sonora, e che accompagnano il protagonista all’ennesima sfuriata o all’ennesimo tentativo di corruzione, e con i suoi monologhi autoassolutori. Notevole, tra i tanti, quello in cui Ik-hyun rivendica l’eticità della sua scelta di vendere eroina ai giapponesi, interpretandola come una ritorsione per oltre trent’anni di colonizzazione.
L’unico appunto è che la sceneggiatura (del regista) manca sia di momenti forti che di una vera e propria progressione drammatica, trasformando il film in un “one man show” del debordante Choi Min-sik (Old Boy, I Saw the Devil), sempre magistrale ma al limite dell’istrionismo. Eccellente anche la prova di Ha Jung-woo (The Chaser, The Yellow Sea) nel ruolo di Hyung-bae, che si affida invece a una recitazione di stampo minimalista. “Nameless Gangster”, che ha ottenuto ottimi risultati al botteghino, è in concorso al Florence Korea Film Fest, dove ha impressionato se non altro per l’elevato livello delle performances degli attori protagonisti.

Nicola Picchi