Design of Death

17/04/2013

Titolo: Design of Death
Titolo originale: Sha sheng
Regia: Guan Hu
Cast: Huang Bo, Simon Yam, Yu Nan, Liang Jing, Ma Jingwu, Alec Su, Wang Xun
Produzione: Cina, Taiwan
Genere: Commedia
Anno: 2012
Durata: 107
Voto: 7

Cina, 1940: il dottor Yi Sheng viene inviato nel villaggio della Lunga Vita per indagare sulla diffusione di una misteriosa malattia, che rischia di rovinare la reputazione del luogo. Una volta arrivato sul posto s’imbatte in un uomo in fin di vita ma, non trovando una giustificazione plausibile per le sue condizioni, inizia a investigare tra gli abitanti del luogo. 
Dopo “Cow” (2009), torna l’accoppiata composta da Guan Hu, regista, e Huang Bo, attore, per comporre una satira paradossale che ha il tono amaro e accorato delle migliori pagine di Lu Xun. I riferimenti di “Design of Death” sono infatti squisitamente letterari, non solo quelli a personaggi e atmosfere del grande scrittore cinese ma anche quelli al “Viaggio in Occidente”. Niu Jieshi è infatti una palese incarnazione di Sun Wukong, il Grande Santo Uguale al Cielo, ovvero lo Scimmiotto che regna incontrastato nel capolavoro di Wu Cheng’en. Così come Scimmiotto mette a soqquadro la corte celeste dell’Imperatore di Giada o il paradiso buddhista, Niu Jieshi semina scompiglio in un villaggio che sorge in una zona imprecisata della Cina meridionale. Provocatorio, iconoclasta, destabilizzante per l’ordine e la morale, Jieshi non rispetta i riti confuciani, di cui si infischia altamente. Disturba funerali e processioni, si accoppia con le vedove fregandosene del prescritto periodo di lutto, disseppellisce monili dalle tombe degli antenati, versa un potente afrodisiaco nell’acquedotto scatenando una copula universale; inoltre è un guardone, un ladruncolo, un amorale che poco o nulla si cura dell’ortodossia imperante. Entrambi i personaggi, insomma, corrispondono all’archetipo del Trickster, così com’è stato configurato dalla mitologia e dalla storia delle religioni. Ma non è tutto perché, come Scimmiotto, Jieshi è quasi invulnerabile; i suoi compaesani lo prendono a bastonate, lo gettano da una rupe, cercano di farlo ammalare, di avvelenarlo, di evirarlo, ma lui ritorna sempre, apparentemente indistruttibile.
Il villaggio sperduto tra le montagne, con i suoi cubi di pietra, i suoi cunicoli e le sue stradine labirintiche, è un microcosmo in cui si specchia la Cina, non solo quella del 1940 ma, senza troppi sforzi, anche quella contemporanea. La situazione immutabile nel villaggio della Lunga Vita autorizza parallelismi capziosi, rimandando all’idea di un paese gerontocratico, guidato da una nomenklatura di stampo mandarinale, in cui tuttora si contendono il potere figli e nipoti degli otto immortali della Lunga Marcia. Ma accade che Jieshi non si adatti e rifiuti di sottomettersi alla maggioranza, e che tutti gli abitanti del villaggio si accordino segretamente per eliminarlo. Si decide di attuare una repressione radicale, che però non deve trapelare all’esterno e che si cerca di occultare diffondendo notizie fasulle, in questo caso millantando un’inesistente epidemia. Inevitabile azzardare parallelismi con le manovre di accerchiamento attuate dal governo cinese nei confronti dei dissidenti, gli arresti, le sparizioni e le censure che sono all’ordine del giorno, e che hanno avuto una forte recrudescenza lo scorso anno in corrispondenza della cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini. Se non fosse per il dottor Yi Sheng (un pacato Simon Yam), il quale si sforza di dipanare l’intricata matassa di bugie, omissioni e mezze verità, la versione ufficiale prevarrebbe, e Jieshi sarebbe un cadavere come tanti altri. Visto che, come afferma un personaggio in “Love and Bruises” di Lou Ye, quello della dissidenza è un concetto esclusivamente occidentale, preferiamo però dire che Jieshi esprime un “diverso punto di vista sulle cose”, diversità che lo condurrà ad esiti poco felici. Ma, sembra dirci Guan Hu, l’alterità è necessaria alla sopravvivenza, l’eliminazione delle voci fuori dal coro rischia di portare la società all’autoannientamento. Il dottor Niu, anima nera del complotto, rimane intossicato dal veleno destinato a Jieshi, mentre il villaggio della Lunga Vita verrà probabilmente spazzato via dall’enorme, metaforico masso che lo sovrasta. Questo non vuol dire che “Design of Death”, tratto da un racconto di Chen Tiejun, sia un pamphlet politico o che Guan Hu sia improvvisamente diventato un firmatario di Charta 08, il manifesto per la democrazia che è costato l’arresto a tanti attivisti tra cui Liu Xiaobo, ma solo che le allusioni satiriche, sia pur nelle forme della commedia assurda e sregolata, risultano abbastanza trasparenti. Guan Hu, che si conferma uno dei più interessanti ed energici registi della sesta generazione, passa dal registro comico a quello drammatico con grande naturalezza, lasciando alla prorompente fisicità di uno scatenatissimo Huang Bo il compito di scardinare la struttura da “whodunit” della sceneggiatura, già scombussolata dalla proliferazione di flashback. E se il finale è amaro, Guan decide di lasciare spazio alla speranza, con un figlio che nasce e Jieshi, libero come un pesce, che nuota sui bei titoli di coda in animazione. Per la cronaca, il villaggio di Taoping Qing in cui è stato girato il film risale a 2000 anni fa, e si trova nel Sichuan occidentale.

Nicola Picchi