The Last Supper

22/04/2013

Titolo originale: Wáng Dè Shèng Yàn
Regia: Lu Chuan
Cast: Liu Ye, Daniel Wu, Chang Chen, Qin Lan, Lü Yulai, Qi Dao, Tao Zeru, Xiao Tang Yuan, Li Qi, Nie Yuan
Produzione: Cina, Hong Kong, Taiwan
Genere: Drammatico
Anno: 2012
Durata: 115
Voto: 7


Dacci oggi il nostro Shakespeare quotidiano. Tale sembra essere stata la preghiera di Lu Chuan, già regista del capolavoro “City of Life and Death” (2009), il quale prende un episodio della storia cinese divenuto proverbiale, il banchetto di Hongmen, e lo utilizza come fulcro per narrare la storia di Liu Bang, fondatore della dinastia Han.
Gli anni dal 209 al 206 AC furono, secondo alcuni storici di orientamento marxista, quelli della prima grande rivolta contadina dell’Impero di Mezzo, i cui capi più influenti furono Xiang Yu, generale dello stato di Chu, e Liu Bang, di umili origini contadine. Quando quest’ultimo assunse il controllo della regione del Guanzhong e di Xianyan, capitale della dinastia Qin, provocando la resa dell’Imperatore Ziying, Xiang Yu sospettò che Liu Bang intendesse proclamarsi Imperatore. Sconfisse così una parte delle sue armate e lo invitò a un banchetto a Hongmen per avere spiegazioni e, nel caso non si fosse ritenuto soddisfatto, per farlo assassinare sul posto. Liu Bang fece atto di sottomissione, e per un’intricata serie di circostanze riuscì a sfuggire alla trappola. Rassicurato, Xiang Yu occupò militarmente la capitale dei Qin, fece giustiziare Ziying e smembrò l’Impero in 19 regni, nominando Liu Bang Re di Han. In seguito i due entrarono nuovamente in conflitto, finche nell’anno 202 Xiang Yu, sconfitto nella battaglia di Gaixia, si tolse la vita e Liu Bang divenne Imperatore.
L’intera vicenda è narrata in flashback dal sessantunenne Liu Bang, ormai prossimo alla morte e in preda ad allucinazioni, angosce e sensi di colpa. Un Re Lear prossimo alla demenza senile, assillato da complotti immaginari e pungolato dalla sua Lady Macbeth, l’Imperatrice Lü Zhi, che regnerà come reggente per alcuni anni dopo la sua morte. Più che agli sfrenati barocchismi del recente cinema cinese “Shakespeare-oriented”, da “La Città Proibita” di Zhang Yimou a “The Banquet” di Feng Xiaogang, Lu Chuan si richiama alla scabra classicità degli adattamenti di Kurosawa Akira, “Ran” e “Il trono di sangue”. Si tiene ugualmente a distanza dalla sensibilità tipicamente “wuxia” del “White Vengeance” (2011) di Daniel Lee, che pure aveva i medesimi protagonisti e metteva al centro della narrazione il banchetto di Hongmen.
Basato su una rigorosa disamina delle fonti storiche e su un’accurata ricostruzione dei costumi dell’epoca, “The Last Supper” è scabro, geometrico (molte le inquadrature a prospettiva centrale) e improntato all’austerità, laddove il film storico cinese tende invece all’opulenza scenografica, all’enfasi cromatica, al decorativismo talvolta incontrollato. Quella di Lu Chuan è una scelta in controtendenza, che si avvale di luci teatrali e di una fotografia dal taglio espressionista, nonché della colonna sonora cupamente liturgica di Liu Tong. L’ideale per un palazzo reale che appare un sepolcro anche nelle scene diurne, infestato da echi, voci e fantasmi, in cui una voce narrante che già appartiene all’oltretomba ripercorre eventi passati e si tortura sul presente. Il passato è concluso solo in apparenza, ancora vivido nella mente dell’Imperatore: il sogno “democratico” di Xiang Yu, 19 regni in cui ognuno avrebbe potuto parlare la propria lingua e salvaguardare la propria cultura, è annegato in un mare di sangue. “Kings are made, not born”, e un contadino di Pei ha ripristinato l’Impero, gettando le basi burocratiche e amministrative che resteranno sostanzialmente invariate per quasi 2000 anni. Seppellito l’antico e nobile nemico, Liu Bang si interroga sulla fedeltà del generale Han Xin, il quale a suo tempo abbandonò Xiang Yu per passare al suo servizio. Han Xin sta davvero tramando una ribellione per spodestarlo o si tratta di maldicenze interessate? Attorniato da una miriade di servi e funzionari sincronizzati come formiche, assistito dai tremebondi ministri Xiao He, Zhang Liang e Xiang Bo, i quali temono per la propria vita, intossicato dai veleni che Lü Zhi gli sputa quotidianamente nell’orecchio, un paranoico Liu Bang cede alla tentazione dei totalitarismi di ogni tempo: riscrivere la storia. La verità custodita negli archivi imperiali è suscettibile di rielaborazione, e l’arbitrio di chi detiene il potere, come evidenziato in una delle sequenze più belle, permette di storicizzare gli eventi, e con essi i destini delle persone coinvolte, ancor prima che essi si verifichino effettivamente.
In “The Last Supper”, parafrasando Shakespeare, la Storia è la favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furia, un incubo che non significa nulla. Il film è la conferma del grande talento di Lu Chuan e dei suoi attori: Liu Ye, Daniel Wu, Chang Chen e la straordinaria Qin Lan, che ha interpretato Lü Zhi anche in una serie televisiva. Ha però il torto di addentrarsi in territori fin troppo frequentati, proponendo una vicenda raccontata molte volte in declinazioni affini, senza proporre illuminanti chiavi di lettura né stupire con una regia particolarmente audace. Visti gli esiti del banchetto di Hongmen e la sorte di Han Xin, il film lascia comunque con una certezza: in Cina è meglio pensarci due volte prima di accettare un invito a pranzo.

Nicola Picchi