Blind Detective

12/12/2013

Regia: Johnnie To
Cast: Andy Lau, Sammi Cheng, Guo Tao, Gao Yuanyuan, Zi Yi, Lang Yueting, Lo Hoi-pang, Bonnie Wong, Lam Suet, Philip Keung
Produzione: Hong Kong, Cina
Genere: Commedia
Anno: 2013
Durata: 128
Voto: 6.5


Dopo “Mad Detective”, Johnnie To prosegue nella sua teoria di investigatori fuori dalla norma con “Blind Detective”. Rispetto alla personalità “borderline” del Bun di Lau Ching-wan, dedito all’autolesionismo, il Johnston di Andy Lau soffre però di una disabilità fisica. Si tratta infatti di un ex poliziotto che ha perduto la vista, il quale si occupa di risolvere i cosiddetti “cold cases”, delitti irrisolti che risalgono anche a parecchi anni addietro, intascando poi la relativa ricompensa.
Come si sa, alle volte meno equivale a più, e una menomazione agli organi della vista non incide sulle facoltà intellettive del protagonista, semmai le potenzia regalandogli una sorta di seconda vista, che gli permette di risolvere i casi più intricati. Johnston ricostruisce le dinamiche degli omicidi nel suo personalissimo teatro della mente, in cui è assieme regista e attore, “metteur en scène” delle dipartite più cruente quando dispone con perizia vittima e assassino sul luogo del delitto, ma anche strenuo sostenitore del metodo Stanislavskij quando si immedesima con i personaggi, agendoli dall’interno nel tentativo di comprenderne le motivazioni. Oltre la “detection” pura, insomma, s’intuisce come Johnnie To e Wai Ka-fai si siano divertiti a impelagarsi nell’ennesimo esercizio di metacinema, una riflessione sul mestiere dell’attore e sull’essenza della settima arte.
Dandy fatuo e superficiale nonchè grande estimatore del metodo deduttivo alla Dupin o alla Holmes, Johnston rifugge dalle abissali eccentricità dei suoi predecessori, ma si rivela un inguaribile snob, la cui unica debolezza è la buona cucina. La sua donna ideale, inoltre, dovrà corrispondere ai suoi elevati canoni estetici, per non fargli perdere la faccia davanti agli amici. Con la collaborazione della poliziotta Ho Ka-tung, la quale lo corteggia non troppo velatamente, Johnston risolve alcuni casi, cercando nel frattempo di ritrovare Minnie, un’amica d’infanzia di Ho scomparsa da molti anni.
L’angelo del bizzarro, Poe docet, allarga le proprie ali multicolori sulla sceneggiatura di Wai Ka-fai, il cui ilare gusto del macabro non sarebbe certo spiaciuto all’autore di “Non scommettere la testa col diavolo”. “Blind Detective” si potrebbe infatti definire una commedia musicale con cadaveri, su cui Johnston volteggia a passo di tango con la grazia immateriale di un Fred Astaire, ammesso che Fred Astaire si sia mai trovato a danzare nella Morgue di Kowloon. La sequenza della ricostruzione del duplice omicidio nella camera mortuaria è materiale da slapstick-comedy alla Mack Sennett, e lascia avvertire all’olfatto il ridicolo involontario della morte. Come tutte le sceneggiature di Wai, il modello sono i labirinti di Escher o, per restare in tema, le scatole cinesi. Ogni caso risolto conduce al successivo, e la struttura episodica ha la funzione di forgiare i vari anelli di una catena, alla cui estremità attende la soluzione dell’ultimo caso, il più importante. La catena, però, è aggrovigliata come il nodo di Gordio, e a nulla varrebbe tranciarla con un colpo di spada. Bisogna invece seguirne le circonvoluzioni affidandosi unicamente all’intelligenza analitica e alla visionarietà delle ricostruzioni di Johnston, cui corrisponde quella dello stesso Johnnie To. Regista e detective creano dal nulla, raccolgono indizi, laboriosamente ricostruiscono gli eventi, e infine infondono una parvenza di vita in personaggi immaginari.
Andy Lau e Sammi Cheng tornano a fare coppia alcuni anni dopo le commedie romantiche “Needing You” e “Love on a Diet”, due tra i maggiori successi della Milkyway, e in fondo anche “Blind Detective” è una sorta di “rom-com”, solo con una spiccata predilezione per il macabro più paradossale. La fusione del registro comico e di quello drammatico è volutamente squilibrato, vedi la caccia al serial-killer o l’ossessione di Johnston per il cibo, che ha la funzione di fare da ironico contrappunto alle varie efferatezze. Viste le premesse, non si potrà dunque rimproverare a Johnnie To e a Wai Ka-fai un finale che fa impazzire l’ago della bilancia, in cui nascita, vendetta e morte sono inestricabilmente connessi. Quello che invece lascia a desiderare è l’eccessiva frammentazione dello script, che sfocia spesso in un farraginoso autocompiacimento, un difetto frequente delle sceneggiature di Wai, che impedisce al film di raggiungere la levità mozartiana di “Sparrow”.
Il comparto tecnico è invece all’altezza degli elevati standard Milkyway, così come i rodati manierismi di Sammi Cheng e l’interpretazione di Andy Lau, premiato a Sitges come Miglior Attore.

Nicola Picchi