Real

11/01/2014

Titolo originale: Riaru: kanzen naru kubinagaryû no hi
Regia: Kurosawa Kiyoshi
Genere: fantascienza
Durata: 127 min.
Nazione: Giappone
Anno: 2013
Cast: Takeru Satô,  Haruka Ayase, Keisuke Horibe, Kyôko Koizumi,  Yutaka Matsushige, Miki Nakatani, Jô Odagiri, Shôta Sometani

Tratto dal racconto A Perfect Day for Plesiosaur di Inui Rokuro


Koichi e Atsumi si conoscono fin da bambini e, quando lei finisce in coma a causa di un tentativo di suicidio, il ragazzo sceglie di fare da cavia per un esperimento che gli consentirebbe di entrare in relazione con la sua compagna tramite un’innovativa strumentazione che mette in contatto le loro due menti. Koichi comincia così a vivere l’esperienza di entrare nei pensieri della sua donna e là scopre i motivi della situazione in cui i due sono venuti a trovarsi.


Koichi ha la fidanzata in coma da un anno, la sua più grande perplessità riguarda i motivi del gesto che la donna ha compiuto e per cui adesso si trova in quella situazione. Quando il dottor Aihara gli propone di partecipare alla sperimentazione di un nuovo macchinario che consente il contatto con la mente di un paziente in coma, lui accetta immediatamente. L’esperienza di entrare nella mente di Atsumi ha però, degli effetti collaterali e conseguenze non del tutto prevedibili.

Atsumi è una disegnatrice di manga, le sue fantasie riguardano un assassino seriale e corpi macellati in maniere cruente, quindi è comprensibile che la sua mente sia piena di quelle immagini forti da cui Koichi si sentirà a mano a mano sopraffare, quello che però il ragazzo non avrebbe mai potuto immaginare è il suo coinvolgimento diretto con la tragedia in cui adesso si è trasformata la sua vita.

Tralasciando le rappresentazioni cupe e fantasmatiche per cui è divenuto famoso, Kurosawa Kiyoshi sceglie stavolta una narrazione quasi lineare e una messa in scena scarna. La freddezza dell’ambientazione amplifica il senso di straniamento che prende lo spettatore di fronte alle immagini provenienti dall’inconscio dei due amanti e, se la colpa è sempre stata centrale nelle rappresentazioni del maestro, il tema che qui affianca la sua antica ossessione è quello della realtà.
Cosa è reale e cosa invece frutto, cristallizzato nel tempo, di una antica colpa mai espiata?
Koichi e Atsumi hanno una lunga storia alle spalle, si conoscono fin da bambini, niente di strano quindi se condividono vecchie colpe e amicizie dimenticate. Ma quando i due si troveranno a condividere anche la loro mente, ecco emergere l’evento che li ha legati in passato e che, involontariamente, i due hanno rimosso dalla coscienza. 
Il ritorno al passato, già centrale in Penance (Shokuzai 2012), qui diviene fulcro imprescindibile e segno di tutto ciò che impedisce un futuro, Koichi e Atsumi dovranno affrontare quello che si sono lasciati indietro e fare così i conti con tutto il passato che hanno avuto fretta di seppellire. Trattandosi, però di una colpa antica, essa sarà tanto più lontana dalla coscienza quanto ingigantita dal passare del tempo, quindi la sua forma sarà arcaica e maestosa, e cosa può esserci di più arcaico e maestoso di un Plesiosauro?
L’uso massiccio di CGI e la raffigurazione stile Anime del mostro, che abita l’inconscio dei protagonisti e che diviente il guardiano di fine livello da combattere, creano un substrato immaginario a quella che finisce per essere una normale situazione di un dolore mai elaborato e per questo sempre più potente col passare del tempo. Kurosawa racconta l’infanzia dei due sfortunati amanti come fosse un ricordo lasciato cadere e mai più ripreso, uno di quei ricordi che regalano nostalgia per un passato che non potrà mai più essere. Come l’isola di Hikone, teatro dell’infanzia dei due e distrutta dall’avvento delle multinazionali, anche il ricordo idilliaco di una giovinezza spesa in maniera spensierata dovrà fare i conti con la realtà di un dolore antico cancellato in fretta e mai più ricordato.
La recitazione misurata di Takeru Satô e di Haruka Ayase rende eterea la rappresentazione della mente dei due, cui fa da perfetto contraltare il pragmatismo dell’editor Sawano, un potente Jo Odagiri e la dolorosa consapevolezza del dottor Aihara, una Miki Nakatani in assoluto stato di grazia. E se il quesito resta aperto e nessuno potrà mai più distinguere la realtà dalla sua rappresentazione fantasmatica, Kurosawa lascia lo spettatore, per la prima volta nelle sue opere,  con una sottile speranza: che sia l’amore alla fine la chiave per accedere a un futuro costruito sulle macerie di tutto quel che abbiamo avuto fretta di dimenticare del nostro passato e che a volte potrebbe emergere con il solo obiettivo di distruggerci.

Anna Maria Pelella