The Five

14/05/2014

Titolo originale: Deo paibeu
Regia: Jung Yeon-Sik
Nazione: Corea del sud
Anno: 2013
Durata: 123 min.
Genere: drammatico
Cast: Kim Seon-ah, On Joo-wan, Ma Dong-seok, Sin Jeong-geun, Jeong In-gi, Lee Cheong-ah, Park Hyo-joo, Park Hyo-joo, Jo Han-cheol, Yeo Min-joo


Basato sul web comic “The 5ive Hearts” di Jung Yeon-Sik

Eun-ha è una sfortunata donna che ha visto uccidere suo marito e la sua bambina da un killer il quale, interrotto nella sua opera di devastazione, l’ha poi lasciata paralizzata. Il più grande desiderio della donna è la vendetta, motivo per cui è disposta a mettere in gioco la sua stessa vita. Per attuare il suo piano le occorrono, però, dei collaboratori fortemente motivati, e lei non esita un attimo a offrire loro l’unica cosa che li potrebbe convincere ad aiutarla.

Il tema della vendetta è spesso centrale nella cinematografia coreana, sin dalla famosa Trilogia della Vendetta di Park Chan-wook, non c’è più stato quasi nessun thriller che si possa definire riuscito, se al centro di questo non fosse stato posto come movente la vendetta. Recentemente anche la tematica del traffico di organi ha avuto il suo momento di massima visibilità, grazie anche al riuscitissimo Barbie di Lee Sang-woo che, senza scadere mai nel morboso, raccontava una storia vera accaduta in Corea negli anni ottanta, in cui un americano benestante adottava una ragazzina coreana per poi espiantarne gli organi che sarebbero serviti a salvare la sua figlioletta.
Basato su una webcomic di successo di cui è autore lo stesso regista, questo The Five rappresenta quindi il punto di incontro di due temi molto cari ai cineasti coreani. Ma si tratta anche di soggetti i quali, a causa dell’alto rischio di ridondanza insito nello sfruttamento di tali tematiche, risultano sempre di difficilissima rappresentazione.
A salvare questa nuova esposizione di temi a dire il vero piuttosto abusati, però, è sicuramente la buonissima prova di tutto il cast e una regia abbastanza lineare da risultare quasi sublimininale.
La parte iniziale del film è tutta tesa a illustrare le due facce della società coreana: se da una parte vi sono famiglie felici che vivono serenamente la loro vita, dall’altra c’è sempre il baratro entro cui queste vite normali possono sprofondare da un momento all’altro e, quasi sempre, a causa di un semplice momento di disattenzione. Naturalmente la disattenzione capita sempre e la vita normale che abbiamo solo intravisto visto all’inizio del racconto rimane sullo sfondo, quasi come a dire che in Corea la normalità non è, e non sarà mai quella, ma piuttosto lo è l’incubo che segue il sogno da cui i protagonisti si svegliano sempre urlando.
Eun-ha ha avuto la doppia sfortuna di vedere morire la sua famiglia e di essere sopravvissuta menomata a questo evento, motivo per cui la vendetta, seppure meditata e inseguita per lungo tempo, per lei non sarà certo di facile attuazione. Ma ecco sopraggiungere l’idea che le potrà consentire di farsi aiutare a perseguire il colpevole, e a trovare alla fine l’agognata pace: cedere i propri organi a chi sceglierà di aiutarla. Ovvio che una tale scelta ha in sé una serie di motivazioni di base influenzate da fattori strettamente culturali, che vanno dalla banale assenza di una reale fiducia nell’intervento della polizia, fino alla cultura dell’illegalità che in quella parte del mondo sembra essere sempre e comunque l’unica via di uscita da situazioni al limite del sopportabile.
Da notare che anche qui, come nella totalità dei thriller e noir coreani la polizia è poco più che una caricatura, appare come normale che i poliziotti interpellati, sia pure al telefono, da una bambina che sta per essere massacrata da un pazzo, non trovano niente di meglio da fare che chiedere alla malcapitata di passargli la mamma. Si segnala anche l’immancabile cappellino da baseball, divisa di ordinanza di tutti gli psicopatici coreani e segno distintivo dell’entrata in scena del cattivo di turno.
Ma se si sceglie di sorvolare su questi piccoli archetipi del genere e ci si sofferma sulla riuscitissima rappresentazione corale dello sconforto di una nazione che non vuole arrendersi, pur avendone tutti i motivi, l’esperienza sarà di quelle totalizzanti. Quasi come se a vendicare la povera famiglia di Eun-ha fosse lo spettatore in persona, il quale si trova nella diffcile posizione di giustificare un reato per il solo fine di raddrizzare un torto.
Non male affatto come risultato, per un regista alle prime armi.

Anna Maria Pelella