Achilles and the Tortoise

27/10/2009

Titolo originale: Akiresu to kame
regia: Kitano Takeshi
anno: 2008
nazione: Giappone
genere: commedia
durata: 119 min.
cast: Beat Takeshi, Kanako Higuchi, Kumiko Aso, Aya Enjôji, Masatô Ibu, Akira Nakao, Nao Omori, Ren Osugi, Susumu Terajima, Eri Tokunaga, Mariko Tsutsui, Yûrei Yanagi, Reikô Yoshioka

Machisu Kuramochi è un bambino amante della pittura. Passa tutto il suo tempo a disegnare e, incoraggiato dal padre e dai suoi amici artisti, sogna di studiare arte e di affermarsi come pittore. Ma la morte del padre, causata da un rovescio finanziario, la vita dura presso uno zio, e infine l'orfanotrofio, gli renderanno le cose molto difficili.

Kitano ha faticato non poco per essere dov'è adesso. E alla fine del cammino lungo e tortuoso che lo ha portato alla fama internazionale, si è preso qualche soddisfazione personale. Ed è così che mentre in Takeshis' mostrava allegramente tutta la sua camaleontica carica espressiva, e in Glory to the Filmmaker! raccontava della difficoltà per un regista affermato di rimanere se stesso, in questo ultimo capitolo della trilogia della destrutturazione del suo modello cinematografico, vediamo chiaramente tutto quel che pensa delle aspirazioni e del talento.
Machisu è decisamente un bambino testardo, che sceglie da piccolo quel che vuole fare della sua vita, e passa l'intera esistenza ad inseguire un sogno. Ma come la tartaruga del secondo paradosso di Zenone, la fama gli sfugge camminando sempre un passo davanti a lui.
Kitano si diverte con il suo più potente strumento, l'ironia, e con questa impregna il racconto duro e doloroso di una vita spesa male. Il solo modo di entrare in relazione con Machisu è attraverso la sua ossessione, ma l'unica finestra che lui apre verso il mondo resta desolantemente vuota, il mondo non lo ama, nè apprezza le sue cose. I suoi tentativi dettati in realtà dall'incompetenza di un gallerista che si improvvisa critico spocchiosissimo, e qui la frecciata ai critici che nulla hanno capito dei suoi ultimi tentativi di raccontarsi è davvero troppo evidente per non esser rilevata, sono impersonali e completamente irrilevanti. Machisu ha un unico fine e per raggiungerlo dipinge di tutto, con tutte le tecniche possibili, e studiando tutti i lavori di artisti divenuti famosi.
L'unica che sembra condividere il suo entusiasmo è sua moglie Sachiko, la quale si improvvisa performer artist per compiacerlo, e passa le notti a dipingere le serrande dei negozi nel loro "periodo Basquiat".
La storia è raccontata sul filo sottile di un'ironia surreale, a tratti macchiettistica, per finire poi nel totale azzeramento delle istanze, con tanto di falò catartico di opere dipinte da Kitano stesso, il quale si è compiaciuto di ricordare ai giornalisti che le sue opere non hanno nessun valore commerciale e pertanto potevano esser usate per abbassare i costi di produzione.
Tra le righe di tutte queste morti e piccole distruzioni quotidiane fa capolino l'amarezza per il mancato riconoscimento di un fervore artistico che trascende il mezzo, e che si fa portatore di una fiamma inestinguibile che tutto divora. Amori, affetti, figli, lavoro e la vita stessa sono messi sul piatto in una scommessa persa in partenza con una tartaruga di cui si finirà per mangiare la polvere. E se la passione con cui si è inseguita la fama si fosse potuta impiegare a vivere la vita che si è sprecata nell'inseguimento di un paradosso, forse l'arte avrebbe potuto esser rappresentata dalla vita stessa, e non soltanto dalla pallida eco di un'imitazione scadente delle vite degli altri e delle altrui capacità espressive. Ma Kitano tutto questo lo racconta con tenacia da molto tempo, la sua arte è il racconto di una vita vissuta in una continua ricerca del sè, che diviene rappresentazione nel momento stesso in cui si abbandona l'illusione di esser compresi, o peggio amati da chi si erge a critico di quello che alla fine è il personalissimo racconto di un universo interiore, tanto ricco perchè mai neanche per un momento spiegato o motivato a beneficio di chi ha bisogno di spiegazioni e di etichette, per poi strangolare con queste ogni afflato di innovazione.

Anna Maria Pelella