Shinjuku Incident

27/10/2009

Regia: Derek Yee
Cast: Jackie Chan, Daniel Wu, Xu Jinglei, Fan Bingbing, Naoto Takenaka, Jack Kao, Masaya Kato
Produzione: Hong Kong
Genere: Drammatico
Anno: 2009
Durata: 114


Immigrazione clandestina, conflitti interetnici e un’impossibile integrazione. Sono i temi intorno a cui si articola “Shinjuku Incident”, ultimo film di Derek Yee. Notturno, cupo e pessimista come il suo capolavoro “One Nite in Mongkok”, quest’ultima opera del regista hongkonghese soffre però di un certo sfilacciato bozzettismo, perdendo il confronto anche con il più recente “Protégé”.

L’odissea di Steelhead, che approda sulle coste nipponiche in cerca di una vita migliore e per ritrovare il suo antico amore Xiu Xiu, segue alcune tappe obbligate, comuni agli immigrati di tutto il mondo, siano essi cinesi o di altre nazionalità. L’uomo si unisce alla comunità cinese di Tokyo, dove ritrova l’amico Jie e sopravvive facendo lavori umili e malpagati. In seguito si arrangia con furti e piccole truffe, scoprendo nel frattempo che Xiu Xiu è sposata con Eguchi, un boss della yakuza. Intanto lo sprovveduto Jie viene preso di mira da Tak, gestore di un locale notturno, e da Gao, capo della mafia taiwanese. Steelhead decide allora, per proteggere la sua precaria comunità di espatriati, di lavorare per Eguchi, in cambio della cittadinanza nipponica e dell’affidamento della gestione del distretto di Shinjuku, il quartiere del divertimento di Tokyo. La mossa non è vista di buon occhio dalle altre organizzazioni yakuza, che non tollerano la presenza di una forte comunità cinese, mentre anche all’interno della banda di Steelhead cominciano a sorgere i primi conflitti e le prime incomprensioni.

Il fine di “Shinjuku Incident”, ovvero dimostrare che Jackie Chan ha oramai acquisito la maturità necessaria ad affrontare un ruolo drammatico, tralasciando lazzi e piroette acrobatiche, è anche l’handicap principale del film, che avrebbe richiesto un attore capace di una più ampia gamma di sfumature. Che incontri l’ex fidanzata Xiu Xiu o che affronti dei gangster in una rissa, che si confronti col tradimento di Jie o che accetti di diventare un assassino al soldo di Eguchi, Jackie Chan sembra afflitto da una paresi che gli ha congelato il volto in un’espressione di stoica e virile rassegnazione. E dato che il film, prodotto da lui, lo vede in scena per la maggior parte del tempo, la sua incapacità di rendere la complessità del personaggio di Steelhead pesa come un macigno. La sua presenza è troppo ingombrante, e la recitazione monocorde toglie efficacia alla maggior parte delle scene drammatiche.

Un’altra cosa che non funziona è l’evoluzione del personaggio di Jie, il solitamente bravo Daniel Wu, che passa troppo repentinamente da pavido venditore di ciambelle a schizzatissimo spacciatore con tanto di parrucca platinata, una sorta di Joker cinese, violento e arrogante. In questo caso la colpa non è tanto di Wu, quanto di una sceneggiatura che sembra sommariamente abbozzata in alcuni snodi fondamentali. Fortunatamente il cast di contorno è più convincente dei protagonisti, dai soliti Lam Suet e Chin Kar Lok, onnipresenti in tutti i film di Hong Kong, a Xu Jinglei (Xiu Xiu) e Fan Bingbing (Lily), mentre assolutamente strepitoso è Naoto Takenaka nel ruolo dell’Ispettore Kitano che, in debito con Steelhead che gli ha salvato la vita, è indeciso se arrestarlo o aiutarlo.

Per il resto ci aggiriamo dalle parti di “Blood Brothers”, con un occhio rivolto al tema dell’immigrazione e di una problematica integrazione. La società giapponese, e non solo quella, è disposta a sfruttare a proprio vantaggio la forza lavoro a buon mercato, non certo a concedergli l’acquisizione di una qualsiasi forma di potere. Nessuna assimilazione, solo l’esacerbarsi di una neanche tanto velata ostilità razziale, che condurrà ad uno scontro aperto tra gli yakuza e i cinesi. Lo sguardo di Yee è senza speranza: il viaggio di Steelhead inizia e si conclude nelle fogne, in cui finirà trascinato via dall’acqua, assieme alle scorie e ai liquami prodotti da una società a cui gli verrà sempre vietato l’accesso.

Quest’ambizioso affresco sulla diaspora cinese difetta di coesione e, se la regia è solida e sicura nei singoli segmenti, l’insieme manca di unità. Yee perde di vista il disegno d’insieme, e “Shinjuku Incident” si spezzetta in tanti piccoli frammenti, singolarmente apprezzabili ma episodici. Molti personaggi di contorno, come Lily, Xiu Xiu ed Eguchi, appaiono sacrificati per l’urgenza di dire troppo, e tutto insieme.

Derek Yee, d’accordo con Jackie Chan, ha deciso di non distribuire il film in Cina, dove la censura avrebbe inevitabilmente preteso dei tagli alle scene di violenza, per tutelarne l’integrità artistica, ma si è premurato di inserire una rassicurante didascalia finale. La vicenda narrata è infatti retrodatata agli anni ’90. Oggi, veniamo informati, gli sbarchi di clandestini si sono interrotti a causa del successo della nuova politica economica del governo cinese.

Nicola Picchi