I'm a Cyborg, but that's ok

02/11/2009

I’m a cyborg, but that’s ok
titolo originale: Saibogujiman kwenchana
regia: Park Chan-Wook
anno: 2006
nazione: Corea del Sud
durata: 105 min
genere: commedia
cast: Su-jeong Lim, Rain, Hie-jin Choi, Byeong-ok Kim, Yong-nyeo Lee, Dal-su Oh, Ho-jeong Yu

Cha Young-goon lavora in una fabbrica. Un giorno, mentre segue le indicazioni di un nastro registrato sulle procedure della catena di montaggio si conficca i cavi elettrici nel polso, convinta in questo modo di ricaricarsi. Nulla di strano dal momento che lei è un cyborg, notizia appresa di prima mano dalla sua stessa nonna, che mentre l’ambulanza dell’ospedale psichiatrico la portava via, le ha lanciato un messaggio nel quale le rivelava lo scopo della sua vita. In ospedale incontra molti personaggi assai particolari, tra cui Park ll-sun, un giovane elettrotecnico affetto da una strana forma di sociopatia e la cui madre è fuggita portandosi dietro tutti gli spazzolini elettrici di casa…


Ok, ci siete ancora? Se siete arrivati fin qua vuol dire che il plot originalissimo della prima commedia di Park Chan-Wook  vi ha intrigato. Ed è proprio questo che succede a chi si accinge a vedere questo delizioso film, si rimane intrigati fin dal primo fotogramma e l’incanto continua tra alti e bassi fino alla fine delle quasi due ore di film.
La rappresentazione accurata e l'uso delle luci danno da subito l'impressione di esser di fronte ad un esperimento riuscito, che coniuga sapientemente la nota capacità del regista di evocare emozioni forti anche di fronte ai più improbabili protagonisti, con il talento che rende avvincenti persino le situazioni più strampalate.
Il racconto scorre veloce tra la rappresentazione di una follia impregnata di contenuti poetici, e già all'apparire in scena della nonna, una deliziosa folle vecchietta, lo spettatore non può fare a meno di provare tenerezza sia per l'ingenuità dei protagonisti, che per l'ambientazione surreale che da sola basta a fugare tutte le comuni angosce circa la malattia mentale.
Il manicomio è un posto assai lontano da qualsiasi idea si possa avere su un posto del genere, e inoltre è popolato da pazienti niente affatto narcotizzati e in libera espressione creativa, il sogno di Freud, insomma.
Young-goon è una dolce fanciulla che nel preservare il ricordo della nonna, convinta di essere un topo, fa un po’ di confusione e si convince di essere un cyborg. Fatto questo che pone subito il problema del cibo “che succede se mangio?” si chiede la spaesata neo-cyborg. E una volta convintasi che per ricaricarsi le occorrono le pile e non il riso, la faccenda assume connotati surreali. Nel frattempo tutto il manicomio reagisce, come spesso succede ai sistemi osmotici, alla nuova arrivata che viene adottata da una grassona che le mangia tutto il cibo, per evitarle il fastidio della nutrizione forzata. Park Il-sun, giovane assai creativo con problemi  di mamma, si affeziona a lei e dapprima le ruba la compassione, su sua esplicita richiesta e poi le salva la vita, costruendole un riso-convertitore. Scena questa assai commovente, con tanto di contorno di pazienti dell’ospedale che provano a mangiare insieme a lei, e applaudono al riuscito esperimento del giovane.
Le scenografie dai colori brillanti e le espressioni incredibilmente ispirate degli abitanti del manicomio più colorato che si sia mai visto, rendono spumeggiante il racconto di quella che finisce per essere la rappresentazione di una follia che, non solo amplia le percezioni di chi ne è afflitto, ma persino di chi si limita a sbirciare da fuori un universo tanto affascinante quanto sconosciuto come quello del delirio.
Gli attori sono tutti molto nella parte, con una menzione speciale per i due protagonisti che brillano di ingenuità e follia creativa. La regia, come ultimamente in Park è pulitissima e molto accurata, a dimostrazione che l’esperimento di raffinatezza di Lady Vendetta non è stato un caso.
Consigliatissimo a tutti quelli che hanno desiderio di esplorare la mente umana senza pregiudizi sulla follia.

Anna Maria Pelella