Al Korea Film Fest: Take off

09/03/2010

Cha Heon-tae è un giovane coreano adottato da piccolo, insieme con sua sorella, da una famiglia americana. Durante la sua adolescenza entra a far parte di una squadra di sci alpino e inizia ad allenarsi per gareggiare. Tornato in Corea alla ricerca di sua madre, Heon-tae si lascia coinvolgere nella preparazione del team di ski jumping, che per la prima volta nella storia della Corea intende gareggiare per la qualificazione alle olimpiadi invernali di Nagano.

Kim Yong-hwa inventa in parte la vera storia del team coreano di salto con gli sci che per primo si vide catapultato nell'avventura delle olimpiadi invernali. La storia ruota tutta intorno alla figura di Heon-tae, ribattezzatosi Bob, che torna dagli Stati Uniti, dove è cresciuto, nella speranza di incontrare la sua vera madre.Gonfiando leggermente l'esito reale della competizione, Kim ci regala il sogno, non del tutto realizzatosi, di una nazionale coreana di ski jumping che avrebbe potuto avere un buon piazzamento nella competizione olimpionica del 1998. L'accento è tutto sulla volontà di emergere, che contraddistingue il team coreano e che lo aiuterà anche contro la maggiore preparazione atletica dei concorrenti. Favorito della competizione è il team americano, che in realtà si vide sottrarre l'oro da quello giapponese. Il tutto è raccontato dal punto di vista dei cinque atleti coreani e del loro allenatore.
La preparazione del gruppo, che risulta la parte più coinvolgente della storia, è piuttosto atipica e un tantino casalinga, ma il fervore e le diverse motivazioni di ciascuno daranno al tutto la spinta necessaria a riuscire. Bob/Heon-tae riguadagna la fiducia in se stesso parallelamente a quella dei compagni, che all'inizio lo avevano snobbato e parzialmente emargianto a causa della sua storia di emigrato/immigrato senza più una vera nazionalità.
Le tensioni e la costruzione dei caratteri dei singoli atleti formano la parte iniziale del racconto e anche quella maggiormente carica di emozioni e sentimenti che possono agevolmente esser condivisi da tutti.
La competizione sportiva, come spesso accade, diviene qui valvola di sfogo e parziale espressione di quelle tensioni sociali e politiche che non trovano mai una vera possibilità di risoluzione. La nazionale coreana, composta da persone con storie abbastanza complesse e ciascuno con una motivazione forte a emergere, vive con rabbia il fatto di essere allenata da un fuoriuscito dal proprio paese, che per di più si fa chiamare con un nome americano e parla a tutti quanti in inglese, pur conoscendo bene la sua lingua madre. Il sentimento antiamericano, molto vivo tutt'oggi in Corea, è qui sottilmente insinuato nel racconto di momenti difficili e di grossa conflittualità quotidiana. Putroppo il film scivola presto nella patetica esaltazione e nel bieco compiacimento nazionalista, e il tutto finisce per essere soffocato da un pesante senso di esagerazione. I personaggi finiscono presto ostaggio di una simbolica, immotivata esaltazione, che sperpera tutto il pathos duramente accumulato nella prima parte del film. La sensazione di attesa che precede la competizione viene svenduta e travisata da immotivate risse con gli atleti americani, che nella realtà ci si immagina poco interessati ai colleghi di un paese contro cui mai avevano gareggiato in precedenza.
Il finale patetico e pesantemente inquinato da sentimenti di autocompiacimento per la propria capacità di rialzarsi in ogni circostanza, completa il quadro di un pasticcio di scarsa digeribilità. A nulla valgono le buone prove di tutto il cast, tra cui spicca un troppo spesso sottovalutato Ha Jeong-Woo (Breath, Never Forever, The Chaser, The Moonlight in Seoul) che convince lo spettatore senza nessuno sforzo. L'insieme risulta tristemente indigesto, a causa di una fortissima sensazione di forzatura, che finisce per allontanare l'attenzione dello spettatore dalla storia in sé e affogare il tutto in un inutile clamore nazionalista.

Anna Maria Pelella