Al Korea Film Fest: Portrait of a Beauty

16/03/2010

Titolo originale: Miindo
Regia: Jeon Yoon-soo
Cast: Kim Min-seon, Kim Yeong-ho, Kim Nam-gil, Choo Ja-hyeon, Park Ji-il, Kwon Byeong-gil
Produzione: Corea
Genere: Drammatico
Anno: 2008
Durata: 109
Voto: 6.5


Nata in una famiglia di pittori di corte, la giovanissima Yun-jeong è straordinariamente portata per la pittura e il disegno. Le speranze del padre sono però riposte nel fratello che, non riuscendo a superare l’esame d’ammissione all’Accademia Reale, si toglie la vita. Per salvare l’onore della famiglia, Yun-jeong è costretta ad assumerne l’identità e a vivere come un uomo. La sua bellezza e il suo talento sono notati da uno degli insegnanti, Kim Hong-do, il quale, al corrente della sua vera natura, se ne innamora. Ma Yun-jeong incontra un artigiano che costruisce specchi di specchi, Kang-moo, innamorandosene a sua volta, e l’inatteso triangolo avrà conseguenze fatali.
Shin Yoon-bok, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Hyewon, è uno dei più conosciuti pittori della dinastia Chosun. Nato nella seconda metà del XVIII secolo, è noto per i suoi disegni che ritraggono scene di vita quotidiana in maniera minuziosamente realistica, senza disdegnare la rappresentazione di scene erotiche; fatto quest’ultimo che gli costerà l’espulsione da Dohwaseo, l’Accademia Reale di Pittura. Nel romanzo “Painter of the Wind” di Lee Jeong-myeong, Hyewon è raccontato come una donna che, per il suo amore per la pittura e per non deludere il padre, anch’egli pittore di corte, è costretta a travestirsi da uomo, dato che l’arte era considerata un’occupazione tradizionalmente maschile a cui le donne non potevano avere accesso. Il romanzo ha dato vita ad una serie televisiva in 20 episodi (Painter of the Wind) e a “Portrait of a Beauty” di Jeon Yoon-soo, che è anche il titolo di uno dei più noti dipinti di Hyewon. Il film è stato aspramente criticato dagli storici dell’arte, i quali hanno accusato l’industria cinematografica di distorcere la realtà a favore del sensazionalismo: le possibilità che Hyewon fosse una donna, fanno notare, sono pari a zero. Inoltre viene tirato in ballo anche un altro maestro della pittura coreana di quel periodo, Kim Hong-do, più conosciuto come Danwon, e si ipotizza una relazione tra i due. La polemica è sterile, visto che non ci troviamo in presenza di un saggio accademico ma di puro “entertainment”, il quale, tra l’altro, ha avuto un buon riscontro di pubblico nonostante il divieto ai minori per la presenza di alcune scene erotiche.
“Portrait of a Beauty” è il secondo film di Jeon Yoon-soo ad arrivare nelle sale nel 2008 (l’altro è “My Wife Got Married”), e se nel curriculum del regista, già assistente alla regia di Kang Je-gyu per “The Gingko Bed” e “Shiri”, figuravano finora pellicole trascurabili quali “Le Grand Chef” e “Changing Partners”, bisogna dire che quest’ultima opera rappresenta un consistente miglioramento. Le manchevolezze sono semmai da adebitare ad una sceneggiatura, opera dello stesso regista e di Han Soo-ryeon, eccessivamente involuta e dispersiva, costantemente indecisa tra il rigore estetizzante della ricostruzione d’ambiente e l’approfondimento dei caratteri. Quello del travestimento è tema ricorrente da Shakespeare in poi, per tacere del culto dell’androgino e dell’estetica dell’ambiguità tenacemente perseguita da tanta letteratura ottocentesca, ma in questo caso il tema ha ben poco di gioioso o di astrattamente “teorico”: le pulsioni sotterranee dei protagonisti del dramma si scontreranno con la rigida morale confuciana dell’epoca, tanto è vero che verranno puniti dal Re Jung-jo e condannati all’esilio. L’eros è accettabile solo come forza che viene dall’esterno (vedi la dimostrazione di posizioni erotiche “cinesi”), che si osserva con pruriginosa curiosità senza farsene coinvolgere troppo, ma diventa elemento da abbattere se scompagina i ruoli assegnati dalla struttura sociale.

L’ostentata ricercatezza delle inquadrature accompagna una riflessione sull’irriducibile alterità insita nella figura dell’artista (di cui l’ambiguità sessuale è solo un sintomo), e se Jeon Yoon-soo fa proprio il vecchio adagio che recita che “l’oscenità è nell’occhio di chi guarda”, rivendicando così la sostanziale indipendenza e purezza dell’arte, è anche consapevole della sua dipendenza dal potere e della sua sostanziale subordinazione, almeno in alcune epoche storiche. La sottovalutata Kim Min-seon (Rainbow Eyes, For Eternal Hearts) ha un fascino adolescenziale che ben si adatta alla duplicità del personaggio, e sopporta degnamente anche alcuni scivoloni in odor di melodramma nel prefinale.

Nicola Picchi