Bodyguards and Assassins

30/04/2010

Titolo originale: Shì Yuè Wéi Chéng
Regia: Teddy Chan
Cast: Donnie Yen, Leon Lai, Wang Xueqi, Simon Yam, Tony Leung Ka-fai, Nicholas Tse, Hu Jun, Wang Po-chieh, Li Yuchun, Mengke Bateer
Produzione: Cina, Hong Kong
Genere: Azione
Anno: 2009
Durata: 138
Voto: 7

Sun Yat-sen, importante leader rivoluzionario cinese, deve recarsi a Hong Kong per un incontro segreto con i membri della Tongmenghui, l’Alleanza Rivoluzionaria. La notizia trapela a corte, e l’Imperatrice Cixi decide di inviare nella colonia britannica una squadra di assassini guidata da Yan Xiaoguo, con il compito di eliminarlo. Nel frattempo arriva in città Chen Shaobai, editore del “China Daily” e attivista rivoluzionario, per incontrarsi con Li Yutang, un importante uomo d’affari che è anche uno dei suoi principali finanziatori. Chen avverte Li dell’imminente visita di Sun Yat-sen ma, la notte stessa, viene rapito da Yan Xiaoguo. Quando il giornale viene chiuso dalle autorità britanniche, le quali preferiscono non immischiarsi negli affari interni dei cinesi, Li Yutang decide di reclutare un gruppo di uomini per proteggere Sun Yat-sen dagli assassini dell’Impero.
Prima produzione della neonata Cinema Popular di Peter Chan e Huang Janxin, “Bodyguards and Assassins” è impeccabile prodotto di intrattenimento, inteso nel senso non deteriore del termine. Il regista Teddy Chan, coadiuvato da quattro sceneggiatori, adotta una struttura che è classica senza essere deteriore, dedicando saggiamente tutta la prima metà del film a delineare i caratteri e le storie individuali dei personaggi. Alla prima parte ne corrisponde una seconda speculare, tutta improntata all’azione, dove si chiarisce il destino dei singoli protagonisti. I quali, ma non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, sono senza eccezione ferventi patrioti, disposti a sacrificare le proprie vite pur di rovesciare l’odiata dinastia Quing, nella speranza di una futura Cina democratica. Ed è proprio tutto questo discorrere di rivoluzione e democrazia a lasciare l’amaro in bocca, considerati le attuali falle della Repubblica Popolare nel campo della censura e dei diritti umani, per tacere della situazione politica in Tibet.  Sun Yat-sen è considerato uno dei padri della Cina moderna, ma l’ironia consiste nel fatto che la sua eredità politica e il suo programma democratico sono stati completamente ignorati negli sviluppi politici novecenteschi, sia dal Partito Comunista che dal Guomindang, partito che lui stesso contribuì a fondare. Ma tant’è, nell’Hong Kong del 1906, anno in cui si svolge la storia, tutto questo era ancora di là da venire e se l’episodio narrato è puramente finzionale, è pur vero che l’Impero aveva messo una taglia sulla sua testa in quanto pericoloso agitatore politico.
Un intero quartiere dell’Hong Kong inizio secolo è stato fedelmente ricostruito in studio a Shanghai, e l’esito è talmente artefatto da risultare allucinatorio. Il set, oltre ad essere un coprotagonista non accreditato, ha il sapore favolistico di una maquette fuori scala, la cui funzione è ospitare maternamente scontri furibondi agevolando la propria distruzione, mentre intorno si levano alti i lamenti delle vittime sacrificali della rivoluzione. Martiri incarnati da un manipolo di ottimi attori, su cui svetta un eccelso Wang Xueqi (premiato all’ultima edizione degli Asian Film Awards) nei panni di Li Yutang.
Nella fase preparatoria si abbozzano caratteri e si definiscono biografie dei “Bodyguards”: Li Chongguang (Wang Po-chieh) è il figlio diciasettenne di Li Yutang, che sceglierà di impersonare un falso Sun Yat-sen per depistare gli assassini; Liu Yubai (Leon Lai) è un principe mendicante che ha abbandonato la famiglia a causa di un amore impossibile; A’si (Nicholas Tse) è un portatore di risciò, che verrà aiutato da Li Yutang ad organizzare il suo matrimonio; Fang Hong (la pop star Li Yuchun) è la figlia di Fang Tian (Simon Yam), ucciso dagli assassini durante il rapimento di Chen Shaobai, e intende vendicare la morte di suo padre; il gigantesco Wang Fuming (il giocatore di Basket Mengke Bateer) è un monaco Shaolin diventato venditore di tofu; Shen Chongyang (Donnie Yen) è un poliziotto col vizio del gioco, persuaso dalla ex moglie Yueru, diventata una concubina di Li Yutang, ad unirsi alle improvvisate guardie del corpo. Unico punto di contatto tra “Bodyguards” e “Assassins”, la relazione tra Chen Shaobai (Tony Leung Ka-fai) e l’implacabile capo dei killer imperiali, Yan Xiaoguo (Hu Jun). Yan è infatti un ex allievo di Chen, il quale tenta invano di smuoverne le granitiche convinzioni e la fedeltà alla volontà imperiale. L’intellettuale Chen, invece, capirà di doversi sporcare le mani realizzando, per dirla con il fu Grande Timoniere, che “la rivoluzione non è un pranzo di gala”. L’unico personaggio assente è proprio Sun Yat-sen, la cui aura di leggenda e il cui carisma di rivoluzionario contano più della presenza fisica. La sua apparizione è limitata infatti a pochissimi fotogrammi e alla lunga, significativa inquadratura conclusiva.
La seconda ora del film si svolge quasi in tempo reale per le strade di Hong Kong, con gli assassini imperiali che sbucano fuori da ogni angolo. L’azione non-stop è però frammentata in singole scene, che danno ragione della sorte di ognuno dei personaggi. Il problema è che Teddy Chan fa un uso sconsiderato del close-up che, unito ad un montaggio eccessivamente frammentato, rischia di rendere incoerenti le sequenze d’azione. I fans di Donnie Yen (impressionante lo scontro con il cavallo), insomma, farebbero bene a rivolgersi a “14 Blades” o all’imminente “Ip Man 2”.
Il resto è di prim’ordine, come ci si può aspettare da una produzione in scala hollywoodiana costata 23 milioni di dollari: magnifica fotografia desaturata di Arthur Wong ( The Warlords), sontuose scenografie di Kenneth Mak (Ip Man, Fearless) ed efficacissima colonna sonora di Chan Kwong-wing, che accoppia ritmi tradizionali ed elettronica. “Bodyguards and Assassins” ha sbancato all’ultima edizione degli Hong Kong Film Awards portando a casa la bellezza di 8 premi, tra i quali uno a Nicholas Tse come Miglior Attore Non Protagonista. Per la Cinema Popular un risultato solido e ambizioso, oltrechè un intelligente richiamo al patriottismo, aldilà delle differenze politiche.

Nicola Picchi