Jeon Woo Chi

29/05/2010

Regia: Choi Dong-hoon
Cast: Kang Dong-won, Kim Yoon-seok, Yoo Hae-jin, Im Soo-jeong, Song Yeong-chang, Baek Yun-shik, Yum Jungh-ah
Genere: Fantastico
Produzione: Corea
Anno: 2009
Durata: 136
Voto: 6


Anno 1509: tre semidei pasticcioni aprono un varco che permette ai demoni di scorrazzare liberamente nel mondo esterno. L’unica speranza per rimediare al disastro è recuperare una reliquia, un flauto dai poteri magici in grado di tenerli a bada, prima che i demoni riescano ad impossessarsene. Per fare ciò si rivolgono al potente mago Hwadam, senza sapere che il flauto è stato rubato da Woo Chi, allievo di un altro mago, il Maestro. Mentre Hwadam e il Maestro si contendono il possesso della reliquia, il flauto si spezza in due parti. Secondo i semidei quanto è accaduto sarebbe la soluzione ideale, perché solo un Dio potrebbe ricomporlo, ma Hwadam uccide il Maestro per impadronirsi della sua metà. Woo Chi riesce a sottrargliela, ma viene imprigionato con un incantesimo in un dipinto assieme al suo cane Chorangyi. Quando, nel 2009, i demoni si manifestano nuovamente, i semidei decidono di richiamarlo indietro.
Jeon Woo Chi è una figura del folklore coreano, un funzionario della dinastia Chosun vissuto nella prima metà del XVI secolo il quale, ritiratosi dalla vita pubblica, si trasferì a Gaeseong, dove divenne un famoso sacerdote taoista. La leggenda racconta che fosse in grado di operare grandi magie e, per questo, fu gettato in carcere dal governo con l’accusa di praticare la magia nera. Morì in prigione ma si narra che, quando la sua tomba fu aperta per riesumarne il corpo, venne trovata vuota.
Choi Dong-hoon, che torna alla regia dopo l’ottimo “Tazza: The High Rollers”, adattamento del manhwa di Heo Young-man, si ispira al racconto tradizionale per catapultarne il protagonista nella Seoul contemporanea, con tutti gli equivoci del caso. L’obiettivo è quello di confezionare un fantasy per famiglie, compito assolto in pieno, con le giuste dosi di azione, humour e un pizzico di romanticismo. La prima scelta azzeccata è quella di scritturare Kang Dong-won, attore prediletto di Lee Myung-se (“Duelist” e “M”), per il ruolo del protagonista. Woo Chi è il classico mago sbruffone e insolente, vanesio e esibizionista, e Kang, con la sua naturale eleganza e spavalderia, lo incarna alla perfezione. I momenti di divertimento sono delegati alla verve comica dell’ottimo Yoo Hae-jin, che interpreta Chorangyi, il cane di Woo Chi che, attraverso la magia, assume temporaneamente forma umana. Il suo più grande desiderio è quello di diventare umano a tutti gli effetti ma, nel finale, avrà una sorpresa non proprio gradita. L’antagonista di Woo Chi è Kim Yoon-seok, giunto alla notorietà con “The Chaser”, che qui s’impone con un’interpretazione di cupa fisicità ed è degno contraltare del protagonista. Il lato romantico è invece assicurato da Im Soo-jeong (Happiness, I’m a Cyborg, but it’s OK”), nel ruolo della donna amata da Woo Chi, il quale la reincontrerà dopo 500 anni, segretaria personale di una nota attrice.
La prima metà, ambientata in piena era Chosun, segue fedelmente i canoni del fantastico, con abbondanza di duelli magici e di combattimenti con demoni dall’aspetto ben poco minaccioso, somiglianti a ratti o a conigli fuor di misura. La seconda parte, ambientata a Seoul, utilizza con grazia i clichè del viaggio nel tempo. Woo Chi passa dallo spaesamento iniziale di fronte ai gadget della modernità, cosa che dà l’avvio all’inevitabile serie di gag, all’apprezzare i vantaggi della caotica società moderna, come si addice ad un mago più interessato alla fama, al vino e alle bellezze femminili che a raggiungere l’illuminazione taoista. Irresistibili i tre imbranatissimi semidei che, immortali per costituzione, si sono riciclati in varie attività: uno è un homeless che si abbuffa di antidepressivi, un altro si è riciclato come indovino mentre il terzo è diventato un prete cattolico. Tra una scena d’azione e l’altra, Choi trova il tempo di ironizzare sull’ambiente del cinema e sullo star-system coreano, e decide di ambientare  la definitiva resa dei conti tra Woo Chi e Hwadam su un set cinematografico, che verrà completamente distrutto con costernazione del povero regista.
Un buon lavoro del comparto tecnico, discreti effetti CGI con buffo design delle creature e un fin troppo evidente utilizzo del wire work nelle scene d’azione, coreografate dall’esperto Jung Doo-hong, completano questa riuscita escursione in un fantasy dai sapori diversi dal solito. Choi Dong-hoon è un regista giovane, ancora privo di un tocco personale ma di grande competenza tecnica e sottigliezza, nonché di successo al botteghino: “Jeon Woo Chi: The Taoist Wizard” è infatti al terzo posto tra gli incassi del 2009, dopo il catastrofico “Haeundae” e il celebrativo “Take Off”. Il film è stato acquistato in 13 paesi, tranne naturalmente l’Italia, e ne verrà tratta una miniserie a fumetti.

Nicola Picchi