Night and Fog

09/07/2010

Titolo originale: Tin shui wai dik ye yu mo
Regia: Ann Hui
Cast: Simon Yam, Zhang Jingchu, Amy Chum, Law Wai-keung, Yim Chau-wah
Genere: Drammatico
Produzione: Hong Kong
Anno: 2009
Durata: 122
Voto: 6.5


Ling, una ragazza del Sichuan, vive insieme al marito Lee Sum e alle due figlie nel quartiere popolare di Tin Shui Wai, a Hong Kong. Lee è un disoccupato cronico che vivacchia con gli assegni dell’assistenza sociale, mentre Ling lavora in un ristorante come cameriera. L’uomo è geloso e violento, e Ling cerca aiuto presso gli assistenti sociali e la polizia, senza però riuscire a sottrarsi a un destino già scritto.
Capofila della new wave hongkonghese degli anni ’80, Ann Hui è rimasta fedele alla sua idea di un cinema che si nutre di un costante impegno civile e politico. Cinema militante quindi, in cui istanze sociali e urgenza comunicativa sono preponderanti rispetto a considerazioni di carattere estetico o formale. Sorretta da una regia scabra e essenziale, questa minuziosa indagine à rebours su un fatto di cronaca agghiacciante quanto ordinario, un caso di omicidio-suicidio avvenuto all’interno di un nucleo familiare, evidenzia l’avvilente banalità dell’orrore quotidiano. In “Night and Fog”, gemello in negativo del precedente “The Way We Were”, ambientato nello stesso quartiere, il tema è la violenza domestica, la cui modalità è la medesima a tutte le latitudini; identica la grammatica dei gesti, le pulsioni mortifere, l’inestricabile groviglio dei sentimenti. Come apprendiamo dai telegiornali il fatto si è già compiuto, e Ann Hui ricostruisce gli avvenimenti attraverso le testimonianze rilasciate alla stazione di polizia da vicini e parenti.
Lee Sum è un marito e padre fragile e protervo, tenero e violento, ossessivamente geloso della moglie alla quale rinfaccia di essere una prostituta, come, sostiene, tutte le donne della Repubblica Popolare emigrate a Hong Kong in cerca di una vita migliore. E’ una mina innescata pronta ad esplodere, che brutalizza la moglie riservando episodici sprazzi di tenerezza alle due figlie piccole. La povertà e la mancanza di comunicazione tra i coniugi peggiorano le cose. Il sesso è prevaricante e sbrigativo e le scenate, esacerbate da un contesto sociale di deprivazione estrema, sono all’ordine del giorno. Anche per ragioni culturali, Ling stenta a trovare un’identità propria, tanto che interrogata su come si chiami replica dando il nome del marito. I panni sporchi si lavano in famiglia, sottolinea a più riprese prima di intraprendere un faticoso apprendistato alla consapevolezza. In seguito si scontrerà con il razzismo, neanche tanto velato, riservato ai cinesi del continente, con il disinteresse delle forze dell’ordine, con l’impotenza dei servizi sociali e persino con l’incomprensione delle vecchie generazioni. Per la madre, anziana contadina del Sichuan, che i mariti maltrattino le mogli costituisce la norma, non certo l’eccezione, e compito di una buona moglie è, neanche a dirlo, sopportare in silenzio. Quando Ling deciderà di averne abbastanza del ruolo designato della vittima sacrificale, sarà troppo tardi. Questa cronaca di una morte annunciata si svolge tra la noncuranza generale, e l’unico luogo in cui Ling troverà vero sostegno e comprensione sarà nella comunità in cui sono ospitate altre donne, vittime di situazioni familiari problematiche.
I flashback sugli inizi della relazione tra i due contengono già segni premonitori degli eventi a venire. Durante la visita della coppia ai genitori di Ling, l’affascinante Lee Sum lascia intravedere i lati peggiori del suo carattere. L’uomo si finge ingegnere, corteggia velatamente la sorella di Ling e un giorno, per procurarsi il pranzo, ammazza a bastonate il cane della famiglia. Questa scena insostenibile sarà riproposta in montaggio alternato, in maniera didascalica ma efficace, la notte del massacro. Parimenti didascalico è il momento in cui assistiamo ad una manifestazione per le strade contro la violenza domestica, minuzie comunque trascurabili in un’opera in cui la veemenza prende il sopravvento e l’ansia di denuncia è linfa vitale.
La regia, pur disadorna, investe di significato anche i gesti più consueti. Raramente il semplice atto di aprire una porta ha avuto un impatto emotivo così intenso, come nel momento in cui Lee Sum toglie il lucchetto che sbarra il suo appartamento. Catena e lucchetto isolano l’appartamento dal consorzio sociale, permettendo al suo interno l’accumulo incontrollato di sentimenti malsani: l‘ingresso di Ling e delle bambine in questo spazio, in cui Lee Sum è solo con la sua follia, può coincidere solo con la morte. Quando arriva la violenza Ann Hui congela le figure in un gesto estremo, come fossero un gruppo marmoreo, azzerando i suoni mentre la macchina da presa si muove a svelare la lama del coltello. Altrettanto indimenticabili l’inquadratura di Lee Sum, in penombra davanti alla finestra, che telefona ossessivamente alla moglie, e gli squarci di desolazione urbana delle scene notturne.
Di impareggiabile e ambigua sottigliezza l’interpretazione di Simon Yam, per una volta in un ruolo diverso dal solito, e bravissima Zhang Jingchu nel ruolo di Ling, attori di una tragedia di cui impietosamente Ann Hui non ci risparmia nulla, neanche i disegni realizzati dalle bambine assassinate su cui scorrono i titoli di coda.

Nicola Picchi