Visage

09/07/2010

Regia: Tsai Ming-liang
Genere: commedia
Durata: 138 min.
Anno: 2009
Nazione: Taiwan/Francia
Cast: Lee Kang-sheng, Laetitia Casta, Lu Yi-Ching, Fanny Ardant, Jean-Pierre Léaud, Norman Atun, Jeanne Moreau, Nathalie Baye, Mathieu Amalric


Hsiao-Kang un regista di Taiwan, sta girando a Parigi con attori famosi del passato. Nel mentre sua madre muore, e lui si trova a dover gestire contemporaneamente le riprese, i moti emotivi del suo attore principale e il ricordo della madre malata.

Tutto comincia con un'assenza. Antoine, icona e primo attore è dal dentista, mentre il suo regista lo aspetta invano al caffè. Il tutto ha già il sapore di un mancato incontro e da quel momento poche saranno le occasioni che verrano colte da tutti i protagonisti. Hsiao-Kang è un regista la cui madre morente è rappresentata da un inarrestabile fiume d'acqua e la cui inconsapevolezza crea confusione e disorientamento. Lui ha un primo attore che va arginato, e un'attrice ossessionata dalle superfici riflettenti. Inoltre il banchetto approntato dalla produzione, cui sono state invitate attrici del passato e una produttrice che scivola lentamente nel presente, avrà il sapore delle cose non ancora cominciate, che però finiscono di colpo. Musica e furtivi passaggi nel buio completano la sensazione onirica che pervade la scena, e molte saranno le domande cui non verrà data alcuna risposta.

Volendo dare una definizione che racchiuda il senso dell'esperienza dello spettatore verrebbe in mente quella di quadro. Un quadro che però non è un ritratto del protagonista, nè del regista stesso, suo alter ego e nemesi. Un quadro la cui cornice è rappresentata dalla madre del protagonista (e dello stesso regista, cui questo lavoro è dedicato) la quale muore e si trasfigura come icona della persistenza. La produttrice inconsapevole mangia le offerte cerimoniali, ma questo serve solo a rendere viva l'esperienza della morte della donna, il cui ricordo è affidato alla foto sul tavolo con le offerte. I volti famosi del passato si mescolano con le rappresentazioni del presente e insieme omaggiano in maniera piuttosto confusa, un tipo di esperienza filmica che non sarà mai più.
L'attrice copre di nero tutte le superfici riflettenti e si dedica a una sorta di introspezione forzata, magari scatenata dalla figura archetipa che è chiamata a impersonare. Mentre l'icona vera e propria del cinema che fu, un Antoine svagato ma saturo di intuizioni artistiche, è rappresentata da un viso le cui cicatrici vanno ostentate, come fossero ferite di guerra. La botola sotto il museo più famoso del mondo rende sotterraneo ogni tentativo di decodifica e l'insieme risulta leggermente didascalico.

Tsai Ming-liang confonde volutamente lo spettatore con una mole enorme di materiale, il cui contesto è l'artistica Parigi della Nouvelle Vague. I suoi attori sono sciupati, ma terribilmente vivi, consapevoli di esser parte di un immaginario che è storia, prima ancora di essere esperienza. Ma Tsai Ming-liang si spinge oltre e crea un sottotesto duplice: da una parte la produzione, una Fanny Ardant ammiccante e vitale come si addice a una vera star, e dall'altra gli attori che rappresentano i movimenti interiori del regista stesso. Lei è la realtà, gli altri saranno frammenti di sogno, o di desiderio, chissà.
La rapprentazione è classica, quasi teatrale, nello stile tanto amato dal regista, che da sempre predilige i toni minimali e la camera fissa. Le inquadrature sembrano omaggi alle figure dietro i personaggi, come un atto d'amore che trascende il film e la materia di cui si sta trattando. Il vecchio cinema che fu, e la Parigi dell'immutabile museo i cui sottoscala nascondono re assassini, è la materia con cui Tsai Ming-liang tesse la sua tela. Incurante dell'effetto sullo spettatore e onanisticamente concentrato sulle proprie emozioni. Il ballo della Salomè meno espressiva della storia delle immagini è privo di colonna sonora, come a privare la sensualità della donna di un contesto e di un reale significato.
Ma nell'insieme la trama praticamente insesitente riesce a trascendere la rappresentazione e lo spettatore che decide di abbandonarsi alle immagini, potrà trovare il proprio centro, all'interno dei mille stimoli lasciati cadere, e delle mille immagini che sfilano senza nessuna connessione temporale. La madre è l'unico centro, è un contenitore che, versato, crea un enorme vuoto. Un vuoto colmato da altre madri, quelle del cinema del passato e dei grandi registi di un'epoca assai più vitale di quella che viviamo adesso.
Tsai Ming-liang non è certo al suo capolavoro, ma è sempre difficile circoscrivere un'idea di cinema in continua evoluzione. Il suo precedente film, I Dont want to sleep alone, (Hei yan quan 2006) aveva dalla sua una coerenza narrativa, che qui manca, ma le immagini primordiali di cui quest'ultimo lavoro si fa portatore sono tra le più belle e inconsuete che si possa immaginare. Almeno per il momento.

Anna Maria Pelella