Blood Ties

18/07/2010

Titolo originale: Huan hun
Regia: Chai Yee Wei
Cast: Joey Long, David Leong, Cheng Pei-pei, Kenneth Tsong, Vincent Tee, Jeszlene Zhou
Produzione: Singapore
Genere: Horror
Anno: 2009
Durata: 90
Voto: 6


Il detective Shun viene assassinato insieme alla moglie da una banda di trafficanti di droga. A sette giorni dal decesso il suo spirito si impossessa di Qing, la sorella tredicenne, e incomincia la sua vendetta.
Secondo una tradizione cinese, lo spirito di una persona deceduta prima di reincarnarsi torna sulla terra la notte del settimo giorno. Lo spunto è utilizzato di frequente nel cinema horror, buon ultimo “The First 7th Night” di Herman Yau, ed è anche il presupposto di partenza di questo “Blood Ties”. Parzialmente finanziato dal regista malese Chai Yee Wei insieme alla Singapore Film Commission e alla Oak3 Film, è lo sviluppo del suo cortometraggio d’esordio del 2007, che attrasse a suo tempo l’attenzione dei finanziatori.
Il regista parte subito in medias res, mostrandoci Qing/Shun che finisce con un colpo di pistola in bocca uno dei suoi assassini e, in montaggio alternato, la tragica morte di Shun. Dopo pochi minuti s’intuisce il carattere sfacciatamente eterogeneo dell’operazione: il poliziotto ha l’unico imperativo di vendicarsi senza porsi troppo interrogativi d’ordine morale, grandemente facilitato dalla spregevolezza dei suoi carnefici, e persegue la sua vendetta nelle vesti di una bambina in camicia da notte, sullo sfondo di un’intricata storia che comprende poliziotti infiltrati o corrotti. Insomma, Sadako che si aggira dalle parti di “Infernal Affairs” con la determinazione di “Old Boy” o, più modestamente, di un Paul Kersey qualsiasi. In “Blood Ties” si mescolano con energica disinvoltura tre filoni apparentemente inconciliabili, il revenge-movie, il noir hongkonghese e il J-horror, e la figura di Qing, apparentemente indifesa ma letale, è il segno distintivo in cui si coagulano queste spinte divergenti.
Come sottintende la scena iniziale, tutto è già scritto. I modelli di riferimento sono sedimentati nella memoria dello spettatore, un canone a cui si può attingere a volontà in cui tutto è dato per scontato proprio perché “già visto”. Il cocktail potrebbe facilmente rivelarsi indigesto, ma non è qui che si annidano i difetti del film, visto che la sua noncurante spregiudicatezza desta una certa simpatia. Il problema risiede invece nella struttura stessa. Chai Yee Wei adotta una costruzione non lineare, svelando progressivamente i tasselli mancanti dell’intreccio in continui flashbacks, ma il metodo arriva ben presto al punto di saturazione, avvitandosi su se stesso fino all’implosione. Il continuo alternarsi dei piani temporali conduce all’estenuazione, e a poco valgono le truculente esplosioni di violenza o un paio di twist di sceneggiatura. “Blood Ties” va in risonanza con se stesso, con un effetto Larsen che lacera non il timpano ma l’occhio di chi guarda.
La mancanza di ambiguità dei personaggi è altro difetto grave. L’unidimensionalità non lascia margini di manovra, e il manicheismo, strumentale all’evoluzione del plot, meccanicizza le dinamiche familiari. I legami di sangue del titolo sono infatti quelli familiari, quello tra Shun e Qing ma anche quello tra il poliziotto, sua moglie e sua madre, legami che impongono un pesante tributo da pagare. La sanguinosa vendetta di Shun non è individuale ma collettiva, un affare di famiglia da sbrigare con la massima rapidità e efficienza possibili.
Buona la malese Joey Leong nella parte di Qing, riuscito ammiccamento all’iconografia del revenant nipponico, e discreti tutti gli altri, David Leong (Painted Skin) nel ruolo di Shun, la modella singaporegna Maggie Lee e i veterani di Hong Kong Cheng Pei-pei (la madre) e Kenneth Tsang.
Chai Yee Wei dirige con passione, giovanile irruenza e qualche eccesso da videoclip, assecondato dall’ottima fotografia di stampo iperrealista di Derrick Loo. Non sarà Kelvin Tong, ma è un buon esordiente di cui sarà interessante seguire i lavori futuri.
In “Blood Ties” si parla inglese, mandarino, hokkien, malese e cantonese; Singapore è raffigurata come un crogiolo multietnico, in cui veniamo sopraffatti da una babele di lingue. Una costante ritrovata anche in un altro film presentato fuori concorso all’Asian Film Festival, l’affascinante e ipnotico “Flooding in the Time of Drought” di Sherman Ong, che si situa in una zona di confine tra cinema, arte contemporanea e videoarte.

Nicola Picchi