Spring Fever

18/07/2010

Titolo originale: Chunfeng chenzuide yewan
Regia: Lou Ye
Cast: Qin Hao, Chen Sicheng, Tan Zhuo, Wu Wei, Jiang Jiaqi, Huang Xuan, Liang Ming
Produzione: Hong Kong, Francia
Genere: Drammatico
Anno: 2009
Durata: 116
Voto: 7


Lin Xue sospetta il marito Wang Ping di adulterio, e affida a Luo Haitao il compito di spiarlo per suo conto. Scopre che il marito è innamorato di un altro uomo, Jiang  Cheng, e, dopo una imbarazzante cena a tre, si precipita nell’ufficio di quest’ultimo per fargli una scenata. Jiang Cheng decide di averne abbastanza di Wang Ping e, indifferente alla sua disperazione per l’abbandono subito, intreccia una relazione a tre con Luo Haitao e la sua amica Li Jing, operaia in una fabbrica di oggetti contraffatti.
Lou Ye ha decisamente un pessimo rapporto con l’occhiuta censura cinese. L’uscita nelle sale del suo film d’esordio, “Weekend Lover” (1995), fu ritardata di due anni. Il successivo “Suzhou River” (2000), che lo impose all’attenzione della critica internazionale, non uscì mai nelle sale della Repubblica popolare, e guadagnò al suo autore l’assoluto divieto di girare film per due anni. Con “Summer Palace” (2006) il regista ha superato se stesso: cinque anni di interdizione. Il film, storia d’amore sullo sfondo dei moti studenteschi del 1989, andava a toccare il tabù per eccellenza della recente storia cinese, ovvero la repressione attuata il 4 giugno a Piazza Tiananmen. Curiosamente anche in quest’ultimo “Spring Fever”, che è stato possibile realizzare solo grazie a una coproduzione franco-hongkonghese, c’è un legame sotterraneo con Tiananmen. Il film è infatti liberamente ispirato al libro di uno scrittore degli anni ’20, Yu Dafu, il quale prese parte al Movimento del 4 Maggio, che organizzò nel 1919 la prima manifestazione studentesca della storia cinese proprio a Piazza Tiananmen.
Questa volta il tabù preso di petto da Lou Ye è quello del sesso, e pare evidente che la decisione rivesta per prima cosa un significato squisitamente politico, la volontà di rimarcare la propria dissidenza ideologica e di aprire un confronto a distanza sul tema della libertà dell’espressione artistica. Il partito comunista più capitalista del mondo si ammanta di uno stucchevole puritanesimo di facciata, e mostrare apertamente atti sessuali, per di più nel contesto di relazioni omosessuali, ha un po’ il sapore della sfida. Ricordiamo che l’omosessualità è rimasta un reato penale fino al 1997, e ancora fino al 2001 rientrava nel novero delle malattie mentali.
“Spring Fever” è scandito in due capitoli, “Spring Fever” e “The Flowering Season”, e Lou Ye inizia con l’inquadratura di un fiore di loto che galleggia sull’acqua. Il risveglio della terra dopo il gelo invernale apparentato all’esplosione dei sensi, poi la stagione della fioritura alla quale seguirà inevitabilmente l’autunno, la stagione del ricordo, simboleggiata dal tatuaggio floreale che Jiang Cheng si farà incidere sul petto.
Visto il divieto di cui sopra, il film è stato girato in digitale a Nanjing in condizioni di semi clandestinità, e la precarietà della situazione si sublima in potente cifra stilistica. Tutte le scene in esterni acquistano il sapore provvisorio delle immagini rubate; la macchina da presa diventa un occhio indiscreto, che cattura un bacio rubato tra Wang Ping e Jiang Cheng attraverso lo spiraglio di una porta socchiusa o spia nervosamente i personaggi mentre incedono tra la folla. Questa mutevole instabilità diventa specchio di quella emotiva e sentimentale dei protagonisti, destinati a bruciare nella fiamma fredda di un’attrazione effimera. Jiang Cheng è l’oggetto del desiderio, in grado di attrarre uomini e donne nella sua orbita; Wang Ping e Luo Haitao sono semplici satelliti, mentre la figura femminile è marginalizzata. La donna, per sancire il suo ingresso in un universo esclusivamente maschile, deve a sua volta mascolinizzarsi, come farà Li Jing tagliandosi i capelli. La pena è l’esclusione, e infatti Lin Xue, confinata nel ruolo della moglie tradita, è abbandonata al suo destino. Il regista tiene sullo sfondo il contesto sociale in cui si muovono gli attori del dramma, riservando una fugace attenzione al locale in cui Jiang Cheng si esibisce “en travesti” e alla fabbrica di cui Wang Ping è il direttore. Quello che gli interessa è focalizzare l’attenzione sui personaggi, definire le geometrie della passione stando addosso ai corpi nelle scene in interni, anche se curiosamente non c’è erotismo nel modo di filmare le scene di sesso, solo l’urgenza irrefrenabile di una passione da soddisfare.
Derek Elley ha rimproverato a Lou Ye di essersi uniformato al gusto occidentale, ma questo non incide sulla riuscita complessiva di “Spring Fever”, mélò in parte trattenuto e in parte provocatorio che si è giustamente aggiudicato il premio per la migliore sceneggiatura a Cannes 2009.

Nicola Picchi