Au Revoir, Taipei

18/07/2010

Titolo originale : Yiye Taibei
Regia: Arvin Chen
Cast: Jack Yao, Amber Kuo, Joseph Chang, Lawrence Ko, Frankie Gao, Jack Kao, Liu Jui-chi, Paul Chiang, Peggy Tseng, Vera Yen
Produzione: Taiwan, Usa
Genere: Commedia
Anno: 2009
Durata: 85

Voto: 6

La fidanzata parte per Parigi e il giovane Kai, che nel tempo libero studia il francese, cerca di mettere insieme i soldi per raggiungerla lavorando nel ristorante dei genitori. Disperato, ottiene un prestito dal boss Bao, accettando di recuperare un misterioso pacchetto per suo conto. In una libreria incontra Susie, una  ragazza che rimarrà coinvolta insieme a Kai e all’amico Gao in un’avventura che si svolgerà nell’arco di una notte.
“Au Revoir Taipei”, che vede coinvolto addirittura Wim Wenders nelle vesti di produttore esecutivo, è il lungometraggio d’esordio di Arvin Chen, regista taiwanese di origini americane. Basato sul suo premiatissimo cortometraggio “Mei” (Orso d’Argento a Berlino 2007), si è aggiudicato anche un premio come miglior film asiatico al festival di Berlino di quest’anno.  C’è da chiedersi quali fossero gli altri candidati, e non tanto perché “Au Revoir Taipei” sia un prodotto immeritevole, quanto per la sua esilità di fondo. Forse gli ovvi riferimenti strutturali, giustamente rilevati nel catalogo dal direttore dell’Asian Film Festival, ad opere quali “Tutto in una notte” o “Fuori Orario” hanno incontrato i gusti della giuria. L’ammiccamento al gusto occidentale, anche se declinato con sensibilità tutta taiwanese, è infatti abbastanza evidente. Quello che manca sono il sarcasmo e l’humour nero dei film presi a modello, accantonati in favore di una levità che rasenta l’inconsistenza, sia pur ottimamente impaginata. Le modalità della commedia americana, più basata sulle situazioni che sui rapporti interpersonali, sono estranee alle commedie cinesi, in cui anche la farsa più sguaiata conserva un retrogusto amarognolo e i sottintesi la fanno da padrone. Una diversità incolmabile e la mancanza di radici comuni possono condurre solo a una perdita di specificità e, a sostegno di questa tesi, basti pensare all’imbarazzante vacuità dei remake americani condotti a spese del cinema asiatico. Il discorso è valido anche in senso inverso; la volontà di confezionare un ibrido evidenzia uno scollamento culturale, in cui si aspira a modelli d’oltreoceano, senza riuscire a raggiungerli in quanto profondamente alieni. La Parigi sognata dal protagonista è un po’ il simbolo di questo “falso movimento”, un luogo esclusivamente “altro”, immaginato ma mai realmente vissuto, che forse è meglio confinare nella brillante vividezza del sogno. Non a caso, Kai alla fine sceglierà di non raggiungere la fidanzata Faye, ormai divenuta un’estranea, e rimanere a Taiwan con Suzie.
I personaggi sono ben articolati e convincenti: Kai, adolescente sognatore ancora alla ricerca di una propria identità definita; Suzie, la commessa della libreria chiaramente attratta da Kai; Gao, l’amico di Kai segretamente innamorato di Peach, la ragazza che lavora con lui in un supermercato; Bao, piccolo boss della mafia taiwanese che, innamorato, vorrebbe ritirarsi dall’attività; Ji-yong, un poliziotto che indaga sulle illecite attività di Bao, e che viene lasciato dalla moglie; Hong, il nipote di Bao che ne erediterà l’attività, e i suoi imbranati compari. Tutti loro sono destinati a incrociarsi in una zuccherosa Taipei, mettendo in scena una romantica e godibile commedia degli equivoci, che ha il solo torto di rimanere vittima delle proprie pulsioni contraddittorie.
La regia di Arvin Chen, anche sceneggiatore, non è avara di ottime soluzioni visive e ha un discreto senso del ritmo, così come all’altezza sono tutti gli attori, da Jack Yao (Kai) a Amber Kuo (Suzie), fino a Lawrence Ko (Hong), di ineccepibile fisiognomica. Fondamentali nel costruire l’atmosfera l’apporto del direttore della fotografia, l’americano Michael Fimognari, che dona alla città tonalità calde e quasi caramellose, gli squillanti cromatismi dei costumi di Hsieh Ching-liang e la melanconica colonna sonora jazzata del sino-americano Hsu Wen.

Nicola Picchi