The Housemaid

20/09/2010

Titolo originale: Hanyo
Regia: Im Sang-soo
Cast: Jeon Do-yeon, Lee Jung-jae, Yoon Yeo-jeong, Seo Woo, Park Ji-young, Ahn Seo-hyun, Hwang Jung-min, Moon So-ri, Kim Jin-ah
Genere: Drammatico
Produzione: Corea
Anno: 2010
Durata: 106
Voto: 7.5


Eun-yi, una divorziata che lavora in un ristorante, viene assunta dall’anziana governante Byung-sik per lavorare come cameriera nella casa di Hoon, un ricchissimo manager, e di sua moglie Hae-ra, in procinto di partorire due gemelli. Sedotta da Hoon, Eun-yi rimane incinta, ma Byung-sik svela l’accaduto a Mi-hee, la madre di Hae-ra, la quale insieme alla figlia cercherà di convincere Eun-yi ad abortire.
Dopo “The Old Garden”, malinconico bilancio di una generazione, quella degli attivisti sopravvissuti al massacro di Kwangju, Im Sang-soo affronta un classico come “The Housemaid” (1960) di Kim Ki-young e, più che realizzarne un remake, lo sovverte e lo riassembla in una forma completamente nuova, cogliendo crudelmente lo stato delle cose. Se un tempo l’antinomia servo-padrone era un grimaldello che sottolineava le contraddizioni insite nei rapporti di classe, lasciando il campo libero a rivalse e a bruschi rovesciamenti di campo, facendo esplodere pulsioni inconfessabili, da “Le Serve” di Genet a “Il Servo” di Losey, fino a “Il Buio nella Mente” di Chabrol, qui ci ritroviamo immersi nella contemporaneità.
Il capolavoro di Kim Ki-young, che avrebbe ripreso la storia altre due volte con alcune varianti, affrontava, con taglio espressionista e marcato humour nero, tematiche che Im Sang-soo (anche sceneggiatore) giudica saggiamente superate. La sessualità come forza distruttrice, le ansie legate all’emergere di una classe borghese durante le trasformazioni degli anni ’60, il terrore di perdere uno status sociale appena acquisito, il conflitto di classe, tutti temi che vengono accantonati a favore di una significativa inversione di senso. La “Hanyo” di Kim ( termine feudale, già allora in disuso) era una seduttiva e predatoria “femme fatale”, quella di Im è una vittima sacrificale, mentre il protagonista maschile passa da riluttante sedotto a seduttore. Niente veleno per topi o infanticidi, i riferimenti si giocano per allusioni ironiche, che evidenziano lo scarto. Se nell’originale l’uomo era insegnante di pianoforte in una fabbrica, qui è un manager multimiliardario che suona il piano per rilassarsi; se la moglie lavorava notte e giorno per potersi permettere i lavori di ampliamento della casa o il televisore, qui è un’annoiata signora che trascorre il suo tempo sfogliando oziosamente libri d’arte. Punto di contatto la centralità della casa come set, una casa affatto impermeabile alle suggestioni del gotico in Kim Ki-young, un gelido contenitore che racchiude al suo interno i feticci obbligati di un presunto buon gusto, ma di sostanziale pacchianeria, in Im Sang-soo. La casa, oltre ad essere ovvia espressione del benessere della classe alto-borghese coreana e del suo desiderio di esibire i simboli del successo definiti secondo i parametri occidentali, definisce gesti e comportamenti dei protagonisti del dramma, destinati ad essere all’altezza del set che li racchiude come un ventre materno.
In tempi di ottundimento delle coscienze, il potere del denaro non può essere messo in discussione. Gettate al macero le utopie, è conseguente come la crescente e scandalosa disparità tra le classi sociali renda Eun-yi un corpo senza valore, da usare e poi gettare via, assimilabile a quello di migliaia di altre,  come chiarisce il suicidio con cui si apre il film. Scaraventata nel proverbiale nido di vipere, un contesto di annoiata amoralità, ambiguità e patologico egocentrismo, non può che soccombere, immolandosi per un eccesso di ingenuità come, nota la madre di Hae-ra, l’“Idiota” di Dostoevskij. Per rendere più incisivo questo provocatorio commentario sociale, i caratteri devono essere esacerbati allo spasimo, e così si giustificano l’avidità di Hoon, che deve avere Eun-yi esclusivamente per soddisfare la propria brama di possesso, la perfidia della madre di Hae-ra, che mira ad assicurare alla figlia il controllo totale su Hoon, l’innocenza e la passività di Eun-yi, che decide caparbiamente di tenere il bambino. Una passività manipolatoria, che nasconde il desiderio non troppo velato di sostituirsi ad Hae-ra (vedi le due fondamentali scene nella vasca da bagno), senza comprendere, appunto per ingenuità,  che solo una sua simile potrà essere la moglie di Hoon, non certo una cameriera. In un contesto in cui tutti i personaggi si manipolano a vicenda, deus ex machina del film è però l’anziana governante Byeong-sik, personaggio di estrema ambivalenza, combattuta tra la fedeltà alla famiglia, di cui custodisce i segreti da decenni, il proprio tornaconto personale e la compassione per Eun-Yi.
L’evoluzione della vicenda porterà ad una conclusione parossistica ai limiti dell’horror, mentre Eun-Yi recupera trucco, acconciatura e abbigliamento dall’”Housemaid” del 1960, che ammicca apertamente agli altri titoli della trilogia originale di Kim, i due “Woman of Fire”, rispettivamente del 1971 e del 1982. Geniale e coerente con il tono gelidamente satirico il siparietto finale, in cui si mette in scena lo spot della perfetta famiglia felice mentre la piccola Nami, l’unica consapevole, lancia un perplesso sguardo fuoricampo.
Urticante nelle scene di sesso ed eccentrica nello sguardo, la regia di Im Sang-soo torna ai fasti di “A Good Lawyer’s Wife” e “The President’s Last Bang”, usando molto la profondità di campo per sottolineare l’importanza del set. Eccellenti tutti gli attori, a cominciare da Jeon Do-yeon, già vincitrice di una Palma d’Oro nel 2007 per “Secret Sunshine”, fino alla magistrale Yoon Yeo-jeong, che aveva recitato nella prima “Woman of Fire”, nel ruolo di Byung-sik. Dispiace solo che “The Housemaid” non sia stato compreso dalla maggior parte della critica italiana “istituzionale”, tanto che il Mereghetti scrive che è un film in cui “i ricchi sono cinici e cattivi, i poveri possono solo piangere”, forse confondendolo con una telenovela brasiliana di quart’ordine.

Nicola Picchi