
Ci sono due John Cassavetes: il regista che ha pressappoco inventato il cinema
indipendente, e l’attore specializzato in ruoli nevrotici. A noi stanno a cuore
entrambi i due volti dell’artista newyorkese, ma, per quanto la sua più
celebrata importanza consista nell’essere stato un autore innovativo (
“spiritual father of the filmakers” è il motto con cui lo si definisce e che gli
è valso un francobollo commemorativo), è con particolare affetto che pensiamo al
suo volto ragazzino in memorabili pellicole di serie B.
John Nicholas
Cassavetes nasce a New York nel ‘29 da una famiglia greca. Da subito
vuole fare l’attore: il padre non è entusiasta, e nemmeno l’Actor’s Studio lo è,
tanto che il giovane John si diploma presso il più tradizionale Istituto d’Arte
Drammatica. I suoi esordi datano 1956, grazie a Don Siegel, col film “Delitto
nella strada”. Alla regia, invece, giunge nel 1960 con “Ombre”, un film semi
sperimentale girato in 16mm che l’anno dopo giungerà addirittura al Festival di
Venezia.
Nel ’54 sposa la collega Gena Rowlands, che
apparirà in ben 10 film diretti dal marito, dando il meglio di sé e candidandosi
all’Oscar, e che resterà con lui fino alla fine, avvenuta per cancro il 3
febbraio dell’89. Insieme hanno 3 figli, uno dei quali, Nick, è oggi a sua volta
un apprezzato regista.
Si diceva del regista indipendente, che con
cinepresa a mano segue a distanza ravvicinatissima i volti dei suoi
attori-feticcio (oltre alla Rowlands, Pater Falk, Ben Gazzara, Seymour Cassell,
tutti suoi amici), in un riuscito cinema – verità di finzione (cioè, storie
inventate e attori che recitano ruoli e non se stessi, ma il tutto con un tono
che può sembrare documentaristico o improvvisato e che rispecchia la realtà
quotidiana). Dopo “Ombre” Cassavetes ha un po’ di incertezza e
cerca di mettersi in riga con Hollywood con due film che invece risultano
stridenti e impacciati, “Blues di Mezzanotte” e “Gli esclusi”. Ma nel ’68 con
“Volti” il suo modo di fare cinema diventa una lezione anche
per gli altri cineasti. Seguono “Mariti”(in cui lo stesso
Cassavetes recita accanto a Falk e Gazzara), “Minnie e
Moskowitz”, “Una moglie”, dove giganteggia Gena
Rowlands. Con “Assassinio di un allibratore cinese”
reinterpreta a suo modo il noir. In “La sera della prima” si
confronta con la moglie in uno psicodramma che seduce Almodovar, e alla stessa
dedica il ruolo di indimenticabile protagonista di “Gloria”,
dove trova il magico equilibrio tra cinema ispirato e personale e esigenze “di
cassetta”. Sempre coerente con se stesso, ma un po’ in calo, interpreta e dirige
“Love Streams”, mentre nell’85 dirige il suo ultimo film, che è
invece una divertente farsa girata per compiacere all’amico Falk, “Il
grande imbroglio”.
E poi c’è quel John Cassavetes che recita per
gli altri e che assomiglia tanto a Paul Newman. È fragile e tenero, con una
punta di pazzia. Fa coppia con Sidney Poitier in “Nel fango della
periferia”, e gli dà vita. Dà vita anche a un western che , grazie alla
sua presenza, può definirsi anomalo, “Lo sperone insanguinato”.
Si ritaglia un ruolo che spicca tra gli altri nel film culto per machos
“Quella sporca dozzina”.
Soprattutto, è il protagonista di
una pellicola di serie B che farà la storia del cinema, “Contratto per
uccidere” di Don Siegel, in cui è un appassionato di corse
automobilistiche che per amore partecipa a una rapina e che, all’inizio del
film, verrà ucciso dal killer Lee Marvin (ed è proprio Marvin che dà inizio al
lungo flash back chiedendosi: perché un uomo che sa che lo stanno per uccidere
non cerca di fuggire?). Per il grande pubblico, è il diabolico marito di Mia
Farrow nel capolavoro di Polansky “Rosemary’s baby”: il suo
volto ambiguamente sospeso tra amore e satanismo contribuisce alla perfetta
riuscita orrorifica del film.
Nel 69 sbarca in Italia, dove interpreta due
polizieschi, “Gli intoccabili” di Giuliano Montaldo, un buon
film di genere che proprio in Cassavetes e Falk ha il suo asso nella manica
(però non va dimenticato Salvo Rnadone nel suo ennesimo ruolo di mafioso), e il
più piatto “Roma come Chicago – Banditi a Roma” di Alberto de
Martino.L’amicizia con Peter Falk lo porta anche a rendere superbo un
episodio della serie “Colombo”, e sulla loro sintonia nel duettare è costruito
lo straziante film di Elaine May “Mikey e Nicky”, mentre è
accanto a Gazzara in un bel film su Al Capone che in Italia gira con un titolo
fesso, “Quella sporca ultima notte”. Ma negli anni ’70-‘80 è la
carriera di regista che lo assorbe maggiormente, e se recita lo fa soprattutto
per se stesso, o in film che non eccellono e in cui spesso ha ruoli di spalla ,
evidentemente distratto dalla realizzazione delle proprie opere (“ Panico allo
stadio”, “Fury”, “Obiettivo Brass”, “Di chi è la mia vita”, “Incubus”). Prima di
ammalarsi fa in tempo a interpretare un film strambo accanto alla moglie,
“Tempesta”, che Paul Mazursky trae da quella di Shakespeare ma
in chiave moderna. Poi Cassavetes è ancora diretto da Cassavetes, per lasciarci
negli occhi e nel cuore il suo sorriso storto e il suo sguardo dal basso
all’alto che hanno illuminato tante pellicole.