Serpico: Eroe Romantico nel Bronx Anni 70

25/03/2011

Una corsa contro il tempo, ma ante-tempo che si riflette in quell’immagine di un uomo dal volto insanguinato di cui non si conosce ancora nulla, ma di cui si riesce ad intuire il necessario, immedesimandosi in quella pupilla che scruta il circostante, conscio nell’incoscienza. È così che Serpico (1973) di Sidney Lumet riesce ad attirare l’attenzione dello spettatore, attraverso un processo di commozione che mai scade, nel corso delle due intense ore del film, nella svenevole e patetica commiserazione. Anche la scelta fotografica, tanto diversa dalla più famosa e forse accattivante pellicola di Lumet “Assassinio sull’Orient Express” del 1974 (in questo caso più vivace), sembra annunciare e preannunciare: più opaca sul circostante, lucente oscurità (si perdoni l’ossimoro cinematografico), invece, quando a dominare l’inquadratura è l’immagine di Frank Serpico, l’ultimo dei mohicani.
Il film, peraltro tratto da una storia vera, infatti, mette in scena la solitudine di un uomo, l’agente di polizia Serpico, solo a combattere l’ostica lotta contro la corruzione del corpo armato a cui appartiene. Ossessivamente si rifiuta di accettare quelle dinamiche che abitano il marciume dei distretti di polizia nei quali progressivamente viene trasferito, nella speranza di trovare il dolce ristoro della integerrima onestà dei colleghi che, tuttavia, non troverà nemmeno quando scamperà alla morte, dovendo “fuggire” in una sconosciuta località europea, già impossibilitato ad esercitare la professione per cui ha dato la vita fisica e morale.
Siamo abituati ad immaginare i grandi dell’Actor Studio, quali il protagonista Al Pacino, come degli antagonisti per eccellenza e di certo non sbaglieremo, ma Lumet ha saputo imprimere alla magistrale interpretazione di Pacino un tocco di originalità allo stereotipo che abita l’immaginario cinematografico hollywoodiano: l’immagine dell’eroe romantico. Quel linguaggio schietto e mai lezioso, di italiana memoria, rendono la psicologia del personaggio di tenero apprezzamento, orientandoci sulla strada di una speranza che mai si svilisce. Il tutto farcito della smania di conoscere, nel dispiegarsi delle immagini, quale sia la trama sottesa che ha portato il già caro Serpico nella condizione che lo vede ritratto nella scena d’esordio.
Condizione a cui arriva perché “strano”, alieno da e nel suo mondo, concetto magistralmente reso nella anonima, ma sintomatica scena, che vede il collega del 7° distretto «limpido come un cristallo», chiedergli «A che ti giova fare lo strano?». Non poteva essere espresso con frase più semplice ed efficace quella complessità di un fenomeno come la corruzione che Frank “stranamente” tenta di rifiutare, sentendosi «un criminale perché non piglio soldi».
È toccante scrutare la nitidezza dell’uomo rappresentato, che si sposa con altrettanto trasparenti inquadrature, integre e fedeli, mai artefatte. Mai primi piani inflazionati e nessuna lunga distanza immaginifica, perché a rappresentarsi è un realtà cruda, indigesta, che sembra trovare sollievo nella mancata scelta ossessiva delle registiche inquadrature.

Felicia Buonomo