La filosofia sullo grande schermo:il Wittgenstein di Jarman

19/07/2008

Ci sono delle pellicole che riescono a diventare qualcosa di più di un semplice film e questo perché consentono di venire in contatto con “universi” ai più sconosciuti. E’ il caso di “Wittgenstein”, film che Derek Jerman dedica all’enigmatica e oscura figura di quello che viene considerato il maggior filosofo del nostro secolo. La pellicola è sostanzialmente una biografia che ripercorre la breve e travagliata vita del pensatore austriaco: dalla nascita a Vienna nel 1889 fino alla morte a Cambridge nel 1951. Realizzato nel 1993 in appena 12 giorni e con un budget di sole 300000 sterline, il film finanziato dalla British Film Istitute(BFI),  si presenta sotto forma di stage-movie o teatro di posa “in pellicola”. Su di un palcoscenico a fondo nero, infatti, davanti ad una cinepresa sempre fissa, sfilano una serie di personaggi(Bertrand Russel, Maynard Keynes), si alternano dialoghi brevi e serrati, mentre su tutti e su tutto “riecheggia” la figura di Mr Verde, un simpatico extra-terrestre incaricato di indagare sulla controversa personalità del filosofo viennese. Si tratta, nella sostanza, di un film alla Brecht, nel quale riescono a coesistere in straordinario equilibrio la profondità dei concetti con la leggerezza dell’esposizione senza incorrere mai in prosopopea. Ma ciò che maggiormente colpisce di questa pellicola è la “similitudine”, la vicinanza che accosta Jarman a Wittgenstein. I due, infatti, condividono il medesimo spirito inquieto, riflesso delle singolari vicissitudini che caratterizzarono le loro esistenze. Questa sorta di continuità con il proprio “personaggio” portò così Jarman a diventare in questo film ancora più visionario e speculativo nell’intento di ricostruire, o meglio “svelare” come egli stesso dichiarò, la personalità del filosofo viennese attraverso una pellicola dal forte taglio teatrale. Wittgenstein, infatti, viene “narrato” come detto per sequenze separate da stacchi di nero attraverso immagini che ripercorrono i momenti più significativi della sua esistenza: dall’educazione familiare alla decisione di vivere in povertà, dalle disgrazie familiari al trasferimento a Cambridge, sino al drammatico epilogo. Ma “Wittgenstaein” è una biografia intelligente, ideata con trasgressione, originalità e umorismo, dando vita ad un film a metà strada tra il cabaret e il teatrino filosofico. Il forte modernismo di questa pellicola traspare, inoltre, dall’insistenza sull’oggetto dell’indagine, insistenza che porta il filosofo a interrogare costantemente quello che è il proprio medium, ovvero il linguaggio che costituì la vera e propria ossessione di Ludwig. Lo stile del personaggio, il suo essere una sorta di asceta, viene reso da Jarman in modo sottile, attraverso un linguaggio sottile e ironico, capace di riprodurre al meglio la complessità quasi freudiana che caratterizzò il filosofo austriaco, utilizzando un sottile intreccio di materia citazionista e di immaginario. Ma il registra è capace, accanto al racconto biografico, di portare avanti anche il suo personale dialogo con il linguaggio delle immagini nonché la sua costante riflessione sui colori. L’utilizzo del nero, quindi, come stacco tra le sequenze e come sfondo dell’azione ha come effetto quello di realizzare un totale annullamento di ogni forma di estetismo decorativistico così da far esaltare i personaggi. La svolta pittorica è significativa e di grande importanza in quanto segnala il distacco dalle immagini puramente descrittive a favore di un linguaggio filmico sempre più essenziale e speculativo.

Lucia Cocozza