L'immobilità del deserto

09/01/2009

Tratto dall'omonimo romanzo di Dino Buzzati, "Il deserto dei tartari", narra la storia del giovane tenente Giovan Battista Drogo che, per un errore, viene inviato presso la sperduta fortezza Bastiani, dove, al confine con il deserto, un'intera guarnigione attende un nemico che sembra non apparire mai.
Ultimo film del grande e sottostimato Valerio Zurlini, "Il deserto dei tartari", targato 1976, non può di certo essere considerato come il suo capolavoro, ma certamente come l'opera in cui l'estremismo e la tensione verso una filmografia sempre più radicale e scarna, personale ed aliena dall'autorevolezza che caratterizzava buona parte del cinema di quel tempo, si fa massima.
Con questa pellicola,infatti, Zurlini firma senza dubbio il suo testamento estetico, spingendo sino ai massimi livelli il nichilismo, l'assenza, l'autodistruzione che finirono con l'incarnare bene la parabola della sua riflessione stilistica.
Dal punto di vista dell'adattamento bisogna comunque ammettere che non ci si trova dinnanzi ad un film memorabile, forse a causa dell'immobilismo, dell'eccessiva ampollosità, dall'attaccamento "morboso" alla didascalica sceneggiatura di André Brunelin. L'intreccio finisce in questo modo con l'essere troppo legnoso, con il procedere a fatica, con il registrare delle battute d'arresto in corrispondenza delle sequenza più dialogate.
A supplire a questo "limite" non riesce neanche il variegato ed eterogeneo cast di attori che finisce con l'accostare ai bravissimi Jacques Perrin (Giovan Battista Drogo), Max Von Sydow (il capitano Horzitz) e Laurent Terzieff(il tenente Von Amerling) i non ancora maturi Fernando Rey (il tenente colonnello Nathason), Jean-Louis Trintignant (maggiore-medico Rovine) e Philippe Noiret (il generale), passando per l'incolore Vittorio Gassman (il colonnello Filimore) e l'imbarazzante Giuliano Gemma (maggiore Mattis).
Nonostante queti "scivoloni" Zurlini riesce comunque ad esprimere al meglio le sue qualità di regista visivo, grazie alle splendite rese visive delle atmosfere desertiche, alla trasfigurazione simbolica degli spazi e alla continua smaterializzazione dello spazio che appare sempre in bilico tra realtà e suggestione. A contribuire fu senza dubbio anche la decisione di Zurlini di scegliere come location la roccaforte di Bam, nel sud-est dell'Iran, dalla quale, lavorando per sottrazione, riuscì a ricavare un vero e proprio santuario dell'assenza, "un avamposto morto che si affaccia sul nulla".
Sostenuto anche dall'ottima fotografia di Luciano Tovoli, Zurlini riuscì a trasformare il deserto in un vero e proprio luogo della mente, dove in continuazione si soprappongono illusioni, speranze, miraggi, desideri e paure. I colori dominanti sono il grigio, il marrone, il nero, mentre il cielo si tinge di un azzurro innaturale, trafitto solo dal nitore, quasi metafisico, della luce che contribuisce a creare uno scenario forse ancor più suggestivo e pregnate di quello descritto dallo stesso Buzzati.
Come non citare, infine, le musiche ossessive e tartassanti di un sempre eccellente Ennio Morricone che di certo contribuiscono a creare l'aria di un'attesa che sembra destinata a non soddisfarsi mai.

Lucia Cocozza