La fredda genialità di un cult senza tempo

16/05/2008

Quando si parla di un film di Ingmar Bergman si ha la certezza di parlare di un capolavoro e dunque, qualsiasi analisi, anche la più fredda, potrebbe apparire viziata da una sorta di debito che si sente di dover pagare con un uomo che ha fatto la storia del cinema. Da tutti i film di Bergman è , infatti, possibile trarre, imparare, sentire qualcosa, e ogni pellicola è un capolavoro difficile da contestare. “Fanny e Alexander” è senza ombra di dubbio uno dei film più celebri del regista svedese che vede la luce nei primi anni 80’, il 1982 per l’esattezza, quando Bergman ha già alle spalle oltre ad una vasta produzione anche una carriera a dir poco invidiabile. Si tratta di una pellicola particolare, sia per le modalità che ne segnarono la realizzazione sia per le “intenzioni” che spinsero Bergman a lanciarsi in questa impresa che fin dall’inizio apparve colossale. Nata come una serie televisiva, che doveva articolarsi in 6 puntate, la pellicola fu ben presto riconvertita per il cinema subendo una serie di tagli che attirarono sul regista non poche critiche. Sin dall’inizio “Fanny e Alexander” si pone, rispetto alle opere precedenti, come diversa non solo perché nei disegni del regista questa avrebbe dovuto essere la pellicola con la quale chiudere la propria carriera, ma anche perché si tratta di un lavoro fortemente autobiografico, nel quale Bergman ripercorre la propria, tumultuosa infanzia trascorsa ad Uppsala. E il taglio autobiografico del film emerge subito sin dalle prime battute, quando la scena si apre sulle cinque stanze che costituiscono la casa degli Ekdhal e che rimandano perfettamente alla casa paterna del regista. Tutti i personaggi, i luoghi, i suoni, i colori sono pertanto un richiamo a quei posti dove Bergman correva a rifugiarsi per sfuggire all’eccessiva rigidità del padre-padrone-pastore, il terribile Vescovo Vergérus del film. Siamo quindi dinnanzi ad una sorta di atto di “riconoscenza”, soprattutto per quella nonna che molto spesso incarnò la madre che Ingmar non ebbe mai. Così proprio la necessità di sfuggire alla cattiveria paterna costituisce il nucleo della pellicola, il bisogno di affrancarsi dall’ossessione, dal fantasma del padre che a lungo torturò, ossessionò Bergman, non lasciandolo mai in pace: “Non ti libererai mai di me” questo grida, infatti, il fantasma di Vergérus alla fine del film. Dunque la pellicola pur presentandosi come una sorta di commedia si tinge in realtà di risvolti drammatici, che portano l’arte di Bergman ad una difficile, ma armonica conciliazione degli opposti della vita. La vita, infatti, diventa uno spettacolo pieno di colpi di scena, dove tutto, in qualsiasi momento, può sempre accadere. Il senso conduttore è dunque la possibilità di vivere tutti gli aspetti dell’esistenza, compresa la morte e le passioni, con assoluta naturalezza anche di fronte all’intervento repressivo di quello che Bergman considera il troppo rigido puritanesimo della cultura nordica. Arte e vita quindi si fondono in un teatro, quello dell’esistenza, nel quale le persone diventano personaggi, maschere dietro le quali poco o nulla si cela e nel quale Bergman sembra finalmente superare i suoi dilemmi sulla morte e sulla trascendenza. Eccezionale la fotografia del sempre bravo Sven Nykvist che riesce a rendere in modo esemplare il contrasto fisico tra il colore del mondo teatrale, la magia dell’ambiente ebraico e la freddezza ascetica del rigore religioso. “Fanny e Alexander” valse a Bergman 4 oscar, sulle sei candidature ricevute, quello per la fotografia, per la scenografia, per i costumi e per il miglior film straniero, ma non venne premiato per la regia e per la sceneggiatura, negando così a Bergman il piacere, forse l’ultimo, di ricevere una statuetta personale per un opera che di certo avrebbe meritato maggior consensi.

Lucia Cocozza