Rosencrantz e Guildenstern sono morti

16/05/2008

Con “Rosencrantz and Guildenstern are dead”  - pièce teatrale del 1967 e poi film nel 1990, Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia - il drammaturgo inglese Tom Stoppard si chiede se alla tragedia di Amleto non sia possibile accedere da un punto di vista “altro” e “minore”, tramite lo sguardo dei due personaggi minori del titolo. Chi sono ami costoro? Quando nell’ultima scena del dramma shakespeariano un compassato ambasciatore inglese giunge nella sala reale di Elsinore divenuta ormai teatro del sanguinoso epilogo e annuncia ad Orazio di essere giunto per comunicare al re  che “Rosencrantz e Guildenstern sono morti”, com’era stato pattuito, lo spettatore non fatica a realizzare che questi due poveri balordi, già compagni di scuola di Amleto ed in seguito assunti dall’usurpatore Claudio per spiare i segreti intendimenti del principe, con l’intento finale di condurlo per nave in Inghilterra, latori di un messaggio di condanna a morte nei suoi confronti, sono rimasti invece vittime dell’oscura macchinazione, avendo Amleto abilmente sostituito nella lettera del re i loro nomi al proprio.

L’autore (e, nel caso del film, anche regista) prende le mosse dalla vicenda marginale di questi due comprimari senza personalità, a loro modo vittime del Destino, per intrecciare un gustoso e brillante calembour sui beffardi maneggi del Caso, intriso di note grottesche ma, a nostro avviso, anche di stimolanti spunti di riflessione. Primo fra tutti quello sulla condizione umana, così simile, nel suo accidentato percorso verso la ricerca del Senso Supremo, a quella metaforica degli stralunati protagonisti della vicenda, amanti dei sofismi e degli acrobatici giochi di parole sull’Esistenza e sul Caso, ma in definitiva impossibilitati ad accedere ai misteri che vorrebbero sondare e, anzi, vittime dei loro sberleffi. Il tutto espresso nei modi di una turgida rappresentazione popolare. Ma mentre l’approdo, per esempio, di un Testori era un sentimento religioso, quello di Stoppard è la farsa, sia pure destinata a capovolgersi in tragedia. L’autore, infatti, non si chiede perché nel dramma Shakespeare abbia riservato ai suoi due “eroi” così marginali il ruolo delle vittime sacrificali, né, tantomeno, perché essi, nonostante il loro continuo discorrere e controbattere, si presentino all’appuntamento con la morte con tanta silenziosa rassegnazione, ma ne considera l’assurda fine come un tragicomico balletto del Destino, che non esclude una profonda pietà verso di essi.

Così la pièce, filtrando la vicenda principale del dramma attraverso la visione caustica e surreale dei due personaggi, ne ribalta in un certo senso la lezione. La tragedia del principe danese frenato nel proprio desiderio di vendetta dai fantasmi interiori, ma pur sempre in grado, infine, di vincerli ed esorcizzarli, non è che un corollario di segno positivo rispetto a quella dell’uomo qualunque, ridotto spesso ad ingranaggio di macchinazioni per lui incomprensibili e destinate, inevitabilmente, a soffocarlo, senza neppure il conforto di una catarsi liberatoria o di una spiegazione ultima e plausibile.

 

Gabriele Rossini