Con “Rosencrantz and Guildenstern are dead” - pièce teatrale del 1967 e poi film nel
1990, Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia - il drammaturgo inglese
Tom Stoppard si chiede se alla tragedia di Amleto non sia possibile accedere da
un punto di vista “altro” e “minore”, tramite lo sguardo dei due personaggi
minori del titolo. Chi sono ami costoro? Quando nell’ultima scena del dramma
shakespeariano un compassato ambasciatore inglese giunge nella sala reale di
Elsinore divenuta ormai teatro del sanguinoso epilogo e annuncia ad Orazio di
essere giunto per comunicare al re che
“Rosencrantz e Guildenstern sono morti”, com’era stato pattuito, lo spettatore
non fatica a realizzare che questi due poveri balordi, già compagni di scuola
di Amleto ed in seguito assunti dall’usurpatore Claudio per spiare i segreti
intendimenti del principe, con l’intento finale di condurlo per nave in
Inghilterra, latori di un messaggio di condanna a morte nei suoi confronti,
sono rimasti invece vittime dell’oscura macchinazione, avendo Amleto abilmente
sostituito nella lettera del re i loro nomi al proprio.
L’autore (e, nel caso del film,
anche regista) prende le mosse dalla vicenda marginale di questi due comprimari
senza personalità, a loro modo vittime del Destino, per intrecciare un gustoso
e brillante calembour sui beffardi maneggi del Caso, intriso di note grottesche
ma, a nostro avviso, anche di stimolanti spunti di riflessione. Primo fra tutti
quello sulla condizione umana, così simile, nel suo accidentato percorso verso
la ricerca del Senso Supremo, a quella metaforica degli stralunati protagonisti
della vicenda, amanti dei sofismi e degli acrobatici giochi di parole
sull’Esistenza e sul Caso, ma in definitiva impossibilitati ad accedere ai
misteri che vorrebbero sondare e, anzi, vittime dei loro sberleffi. Il tutto
espresso nei modi di una turgida rappresentazione popolare. Ma mentre
l’approdo, per esempio, di un Testori era un sentimento religioso, quello di
Stoppard è la farsa, sia pure destinata a capovolgersi in tragedia. L’autore,
infatti, non si chiede perché nel dramma Shakespeare abbia riservato ai suoi
due “eroi” così marginali il ruolo delle vittime sacrificali, né, tantomeno,
perché essi, nonostante il loro continuo discorrere e controbattere, si
presentino all’appuntamento con la morte con tanta silenziosa rassegnazione, ma
ne considera l’assurda fine come un tragicomico balletto del Destino, che non
esclude una profonda pietà verso di essi.
Così la pièce, filtrando la
vicenda principale del dramma attraverso la visione caustica e surreale dei due
personaggi, ne ribalta in un certo senso la lezione. La tragedia del principe
danese frenato nel proprio desiderio di vendetta dai fantasmi interiori, ma pur
sempre in grado, infine, di vincerli ed esorcizzarli, non è che un corollario
di segno positivo rispetto a quella dell’uomo qualunque, ridotto spesso ad
ingranaggio di macchinazioni per lui incomprensibili e destinate,
inevitabilmente, a soffocarlo, senza neppure il conforto di una catarsi
liberatoria o di una spiegazione ultima e plausibile.