Pasolini nel film di Ferrara

01/08/2014

Dicevi di voler ritornare al tuo paese. Ma quello/non era il tuo paese. Così l’inganno/di oggi ti rivelava quello di allora, o infelice./Nulla ti fu mai vero. Non sei mai stato./I tuoi versi stanno. Tu mostruoso gridi./Così le membra dello squartato sul palco./
Nei versi di “Un’epigrafe”, pubblicati all’inizio del 1976 su “Nuovi Argomenti”, l’intellettuale Franco Fortini ricorda l’amico Pier Paolo Pasolini, da poco assassinato. “Le membra dello squartato sul palco” alludono al corpo massacrato del poeta friulano all’Idroscalo di Ostia. Il verso intuisce l’aspetto ‘spettacolare’ di quella morte data in pasto ai palcoscenici mediatici e sempre sotto i riflettori.
 Oggi la controversa figura pasoliniana torna a far parlare di sé in occasione della settantunesima Mostra del cinema di Venezia (in programma dal 27 agosto al 6 settembre) in cui concorre il film di Abel Ferrara, “Pasolini”, che uscirà nelle sale il prossimo 18 settembre (Willem Dafoe interpreta Pasolini, nel cast anche Riccardo Scamarcio, Valerio Mastrandrea, Adriana Asti, Ninetto Davoli, Giada Colagrande). Il regista italoamericano che, amante del noir, ha raccontato il notturno e disfatto universo metropolitano, ammirando un regista come Martin Scorsese, dice di aver voluto concentrare l’attenzione sull’ultimo giorno di vita del poeta, assassinato il 2 novembre 1975. Ad affascinare Ferrara sono stati i lati contrastanti di uno degli intellettuali simbolo dell’Italia del Novecento: “Frequentava la stazione Termini, ma poi tornava a casa dalla madre”, “era comunista ma cattolico”. Proprio l’interfacciarsi del peccato con la redenzione e la religione è il nodo centrale della filmografia di Ferrara. Ma nelle contraddizioni che hanno animato la scrittura, la poesia, la critica e il cinema di Pasolini non si cela solo la giusta chiave di lettura del giallo che si è costruito intorno alla sua morte, bensì, cosa più importante, il senso della sua lungimirante critica all’Italia di allora..e di oggi. Eppure, a distanza di quasi quarant’anni da quella notte all’Idroscalo, molte sono state le strumentalizzazioni, su fronti diversi, del genio di Pasolini. La fine cui è tragicamente andato incontro, per mano probabilmente di quei “ragazzi di vita” che aveva eletto a protagonisti della sua opera, lo ha trasformato nella figura martire di un periodo delicato e complesso per l’Italia. Negli anni il mistero della sua morte ha preso il sopravvento sul valore delle sue parole, sempre sorprendentemente attuali. Così anche Abel Ferrara sceglie di raccontarci il poeta-vate nell’ultimo giorno che ha vissuto, annunciando che la scena della morte non mancherà e che l’interrogativo sulla vera identità dei colpevoli sarà sempre presente. Questo nonostante avesse inizialmente detto: “Me ne fotto. Questo è un film, non un’indagine. Non me ne frega niente di chi l’ha ammazzato e come. Io mi occupo della tragedia, di quello che abbiamo perduto. Pasolini è morto a 53 anni, avrebbe potuto continuare a dire e a fare tantissimo.” La sua è una ricostruzione fedele delle ultime ore che Pasolini ha trascorso tra la stazione Termini, luogo dell’incontro con Pino Pelosi (Damiano Tamilia), la trattoria “Il Biondo Tevere” dove i due hanno cenato e il luogo in cui si è consumato l’omicidio. Il mito del martire lascia in ombra il poeta che ha recitato il credo più autentico del secolo scorso: “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede,di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.”
Fare luce sulla morte di un intellettuale che avrebbe potuto dire ancora molto e restituire la verità è doveroso, ma l’eredità di Pasolini va al di là della scena noir del caso di omicidio che lo ha mitizzato e martirizzato. I suoi versi e il suo mostruoso grido “stanno”, come scrive Fortini. Quasi immobili e dimenticati, perché “le membra dello squartato sul palco” affascinano di più.
Proprio Franco Fortini, nel suo volume “Attraverso Pasolini” ammonisce così i giovani che vogliano avvicinarsi alle loro pagine, mettendoli in guardia contro ogni semplificazione o distorsione: “E a uno a uno di quei giovani anche vorrei dire: come si impara una lingua straniera, cercate di capire la lingua nostra, solo in apparenza simile a quella che ogni giorno impiegate, conversando o pensando. Se ritenete che non valga la fatica, chiudete in fretta i nostri libri e l’età che li produsse; e buona fortuna.”

Roberta Cordisco