Natale in Sudafrica

08/01/2011

di Neri Parenti
con: Christian De Sica, Belén Rodríguez, Massimo Ghini, Serena Autieri, Max Tortora, Giorgio Panariello

Strana sorte tocca ogni anno al puntuale film festivo di Neri Parenti: quella d’essere definito “cinepanettone”; invece non solo non c’è nulla di meno natalizio delle farse politicamente scorrette del regista toscano (e caso strano in quest’epoca assurda sputare un po’ sul sacrario della commedia natalizia buonista sembra diventato un peccato da scontare tra le fiamme dell’inferno) ma la critica (ammesso che, e i più intelligenti ne dubitano da tempo, esista ancora una critica degna di questo nome) in maniera abbastanza grossolana continua a usare tale banale definizione per non dover affrontare invece la più tragica (o ridicola) delle verità: cioè che i due film natalizi italiani più importanti sono sostanzialmente prodotti da un gigante della telefonia mobile. Compreso quello dei tanto decantati Aldo, Giovanni e Giacomo, che di tale gigante tra l’altro sono testimonial ormai da anni. “Natale in Sud Africa” e “La banda dei Babbi Natale” andrebbero quindi definiti, casomai, dei cinecellulari (che tra l’altro probabilmente a Natale si vendono più del panettone). Infatti la vera, allucinante, sordidamente geniale e grottesca vetta della volgarità Parenti la tocca facendo dimenticare il telefonino di Panariello nel corpo del paziente dopo un’operazione chirurgica (e come suoneria mette l’inno della Fiorentina, vecchio cuore Viola), non certo quando espone il bellissimo corpo della sorprendente Belén; tra l’altro lo fa in maniera molto casta, la soubrette argentina non si toglie nemmeno il reggiseno (colpa della tribù che giunge a interrompere lo spogliarello sul più bello): negli anni Settanta Michele Massimo Tarantini, Laurenti e soci sfidavano le femministe (quelle sì, dure e pure), che avevano armi ben più affilate, con nudi che questo in confronto sembra puro Walt Disney. Ciò che dovrebbe far riflettere casomai è che la ragazza per quasi tutto il film veste la stessa mise degli spot di un altro gigante della telefonia richiamato anche dal fastidioso motivetto di Shakira e che nei titoli di coda non viene citato (alla faccia del “legislativo” product placement). Detto questo, chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale dovrebbe ammettere che nessuno ormai sa mettere in piedi un tal genere di farse come Parenti (né Vanzina né Oldoini e nemmeno chi ci prova una tantum, da Ugo Fabrizio Giordani a Costella). Gira come un artigiano vecchia maniera (la frontalità della ripresa, tanto per dire, niente macchina a mano; unica concessione alle tendenze odierne, l’uso degli effetti digitali, che però piega al suo gusto per i cartoon), non ha rispetto per niente e procede come un treno con la coerenza ludica e anarcoide (c’è chi la definirà qualunquista, si può discutere, ammesso che interessi ancora a qualcuno) che da tre decenni ne fa l’unico, vero regista postmoderno italiano, superficiale ma capace di iniziare il suo film con il dettaglio di un occhio che vede tutto sfocato (sarebbe a dire: state attenti a come guardate) e di  concluderlo con un surreale svolazzare di farfalle rare. Inanella citazioni e autocitazioni, cliché usati e abusati (l’emiro con le concubine, lo scambio di valigie, i dialetti incomprensibili) e perle luministico/scenografiche nonché concettuali: la sequenza dell’albergo di infima categoria o la suddetta operazione chirurgica, ma anche la scoperta dell’esistenza di due autentiche valigie fatta da De Sica stando a testa in giù, di vertiginosa intelligenza; tutte degne del miglior Parenti, quello di “Fracchia contro Dracula” e “Bodyguards” per intenderci. Oltretutto, non dimentichiamo che anche se siamo in piena serie b (ed è il bello di Parenti), non è cinema fatto con i fichi secchi. Il direttore della fotografia si chiama Luciano Tovoli (Antonioni, Schroeder, Pialat, Ferreri, Scola e il Dario Argento di “Suspiria” nel suo curriculum), il bravo montatore è Luca Montanari, figlio di Sergio, entrambi da sempre collaboratori di Parenti. Quanto al cast, detto di Bélen, non solo decorativa, come sempre svetta De Sica, ma se la cavano egregiamente anche gli altri. Se Ghini ormai sta ormai diventando un fedelissimo del cinema parentiano, Max Tortora, Serena Autieri (attrice e showgirl che ancora attende d’essere valutata per quello che merita) e Barbara Tabita fanno la loro bella figura. Poi ci sono gli adolescenti, tra cui Laura Esquivel, che abbassano un po’ il livello, e che però se non altro servono a ribadire il cinico scetticismo del regista per ogni sentimentalismo mercantile e d’accatto (Parenti come vero anti-Moccia? Ma sì, perché no). Quanto a Panariello, come dire, gioca in casa (si sa, tra toscani) e comunque lo attendiamo alla prova di “Amici miei - cominciò così”, il progetto che Parenti inseguiva da anni e che è in fase di montaggio.  

(Post: Il voto è stato dato senza rilevare il fatto che “Natale in Sud Africa” occupa troppe sale. Altrimenti sarebbe molto più basso, ma lo stesso discorso dovrebbe valere per il 97 per cento dei film attualmente in circolazione).

Voto: 7

Roberto Frini