Cappuccetto Rosso Sangue

15/04/2011

di Catherine Hardwicke
con: Amanda Seyfried, Gary Oldman, Billy Burke, Max Irons, Shiloh Fernandez, Julie Christie, Virginia Madsen

Per tenere a bada un lupo che infesta la regione, gli abitanti di Daggerhorn offrono ogni mese un animale in sacrificio. La giovane Valerie è innamorata del taglialegna Peter, ma i suoi genitori le hanno organizzato un matrimonio con il fabbro Henry, di famiglia assai più facoltosa. Valerie progetta di fuggire con Peter, ma nella notte prescelta il lupo uccide la sorella della ragazza. Il prete del villaggio convoca un esperto cacciatore di lupi, Padre Solomon, il quale spiega che in paese c’è un lupo mannaro, e che ognuno di loro potrebbe essere la bestia.
Il riferimento immediato di “Cappuccetto Rosso Sangue”, incongrua traduzione del sobrio titolo originale (Red Riding Hood), è all’ormai classico “In compagnia dei lupi” (1984) di Neil Jordan, che il regista trasse dall’omonimo racconto di Angela Carter, contenuto nella raccolta “La camera di sangue”. Jordan e la Carter, sulla scorta de “Il mondo incantato” di Bettelheim, rielaboravano gli archetipi della favola originale con psicoanalitica malizia, dando vita ad un’opera affascinante, gremita di simbolismi e ravvivata dall’ironica verve della scrittrice inglese. Da qui vengono mediate due idee fondamentali: la trasformazione del lupo da feroce quadrupede a licantropo, e la seduzione reciproca tra la bella e la bestia, che libera la protagonista dalla sua condizione di vittima. Cappuccetto Rosso, infatti, affronta i “pericoli” del sesso andando a letto con il lupo.
Adottando l’interpretazione freudiana, che vuole la favola in questione metafora del passaggio alla pubertà e alla scoperta del sesso e delle ansie ad essa connesse, la regista Catherine Hardwicke ne propone un aggiornamento in chiave neoromantica che la renda appetibile alle platee odierne. E allora “Cappuccetto Rosso Sangue” diventa “In compagnia dei lupi” ai tempi di “Twilight”, ovvero un prodotto confezionato per gli adolescenti in astinenza dai languori di Bella, Edward e Jacob. Identici sono infatti il triangolo sentimentale e il conseguente smarrimento dell’intrepida eroina, qui combattuta tra lo scapestrato Peter e il pacato, rassicurante Henry, nonchè la totale assenza di sesso e sangue per aggiudicarsi l’ambito PG-13. Il che, trattandosi di una storia di lupi mannari che affronta, sia pure in termini simbolici, tematiche legate alla sessualità, risulta perlomeno curioso.
Lo sceneggiatore David Johnson, già responsabile del risibile “Orphan”, segue alla lettera le asserzioni di Bettelheim, il quale sosteneva che la figura lupo adombrasse la figura paterna, e s’ingegna di creare un’atmosfera da “whodunit” alla “Sleepy Hollow”. Valerie, la quale avverte che il lupo mannaro è qualcuno che le è molto vicino, inizia a sospettare di tutti. Il lupo potrebbe essere Peter, che le dice le medesime cose dell’animale? Oppure il fin troppo riservato Henry, o addirittura la nonna un po’ bohèmien, che abita in una casupola isolata in mezzo al bosco? La regista costruisce efficacemente un’atmosfera di sospetto, quando l’attenzione si appunta ora sull’uno, ora sull’altro personaggio, ma la riuscita del film è alquanto intermittente. Incerta tra la voglia di osare e la volontà di compiacere, la Hardwicke stenta a prendere una direzione definita, restando “tra color che son sospesi”. Senza contare che la regista non possiede né la forza di un punto di vista originale, nè il talento visivo necessario (vedi Burton) per affrontare un genere così ostico come quello della favola, e tutto risulta sgraziato, artificioso, privo di magia. In un’ambientazione che si situa nel tempo astorico della fiaba non si pretende alcun rigore filologico, e a poco varrebbe lagnarsi degli innumerevoli anacronismi. Ma anche nel delineare un universo genericamente “medievale”, si suppone che il disegno complessivo debba possedere una rigorosa coerenza, che qui è completamente disattesa. Questo non sembra da addebitarsi a una scelta consapevole, ma a noncuranza o disattenzione. E così Peter, Henry e le loro acconciature sembrano usciti da una serie televisiva, i costumi sono assurdi e disarmonici, le scenografie, pur dell’ottimo Tom Sanders (Bram Stoker’s Dracula) ricordano le costruzioni di un parco a tema, la fotografia è piatta e affatto evocativa. Per tacere poi di alcune perle, la più rilevante delle quali è l’elefante di bronzo che Gary Oldman porta con sè onde far confessare i malcapitati, chiarendo agli spettatori come Johnson confonda il Toro di Falaride (greco) con  un inesistente elefante romano. L’idea di creare un mondo fiabesco, gotico, che conservi luci ed ombre delle leggende sussurrate attorno a un fuoco, naufraga miseramente. Per quanto concerne gli attori, si salvano dal disastro una divertita Julie Christie, il caricaturale Padre Solomon di Gary Oldman, uxoricida per conto di Dio, e la bravissima e luminosa Amanda Seyfried, l’unica buona ragione per infliggersi “Cappuccetto Rosso Sangue”. Ma, si sa, la via del successo è lastricata di spine, come quelle che adornano, in un soprassalto di vacuo simbolismo, gli alberi e le case di Daggerhorn.

Voto: 5

Nicola Picchi