The Tree of Life

21/05/2011

di Terrence Malick
con: Brad Pitt, Jessica Chastain, Sean Penn, Fiona Shaw, Joanna Going

Ogni cammino corre sempre il rischio di diventare un erramento.
Martin Heidegger, Saggi e discorsi

Si stupirà qualcuno nel leggere che probabilmente l’ultimo film di Malick non è un film riuscito al cento per cento, e che si ha anzi l’impressione che ci sia qualcosa di irrisolto, qualcosa che è sfuggito al controllo del regista? Questo “qualcosa” rende The Tree of Life oltremodo affascinante, certo, cosa che in passato è accaduta con altre opere di grandi registi, specialmente americani (Cimino, Coppola, Lynch, Friedkin); ma l’impressione che l’idea di Malick contemplasse un progetto fluviale, con innumerevoli diramazioni del racconto, e che in sede di montaggio sia intervenuto (forse anche costretto dal produttore Brad Pitt) tagliando drasticamente e indebolendo alcune parti, dall’inizio a quella, tutt’altro che secondaria, ambientata ai nostri giorni e riguardante il personaggio di Sean Penn (il quale infatti pare che si sia lamentato), resta. Sembra abbastanza evidente che Malick volesse realizzare un’opera totalmente libera, cosa oggi sempre più difficile specialmente nelle cinematografie occidentali, guardando ai grandi autori europei (Fellini, Antonioni, Tarkovski) e ovviamente al maestro Stanley Kubrick, nonché a modelli letterari ai quali si rifà anche come stile di vita (Salinger, Thomas Pynchon). Tale  incompletezza è un limite di The Tree of Life, l’eccessiva brevità di molte inquadrature (ne abbiamo contate varie che non durano più di cinque, sei secondi) lo testimonia irrevocabilmente e contrasta con l’idea di un Malick regista di contemplativa lentezza. Tuttavia è altrettanto innegabile che questo limite possa rendere il film un oggetto di studio di inestimabile valore, come fu ai tempi per Eyes Wide Shut, qualche anno dopo per INLAND EMPIRE di Lynch, e un anno fa per lo straordinario Film Socialisme di Godard. L’unicità di un’opera, cosa rara oggigiorno, può servire, più ancora che per disquisire sulla stessa (esprimendo giudizi qualitativi che lasciano il tempo che trovano), per elaborare tutta una serie di riflessioni su ciò che accade fuori dalle sale cinematografiche. D’altra parte pare abbastanza evidente che lo splendore visivo di The Tree of Life (e di Film Socialisme) non basti a se stesso, e che ogni discussione sul fatto se meriti o meno la Palma d’Oro rappresenti un falso problema. Varrebbe invece la pena chiedersi quanto i film di registi che antepongono la riflessione all’azione (non disdegnando l’azione ma solo in un secondo tempo) possano incidere sulla temperatura sociale. Il dissidio tra un pensiero cinematografico estremo (o che vorrebbe essere tale) e il disinteresse o il fastidio che esso può suscitare nello spettatore, questo dovrebbe rappresentare la base di uno scritto serio sul film di Malick, poiché in tal modo si potrebbe arrivare a comprendere anche il limite di cui sopra. Il finale che richiama Otto e mezzo sembrerebbe lasciar trapelare che un dubbio (lo stesso che rodeva come un tarlo Fellini) abbia spinto Malick a un erramento creativo nel quale solo i grandissimi possono perdersi. Non ricordiamo chi scrisse (forse nessuno) che ogni film di cui vale la pena serbare memoria contiene una traccia di perdizione. The Tree of Life pare raccontare di personaggi che sono vissuti tra il bene e il male, senza mai saperli distinguere, e a cui la sensazione di essersi perduti abbia rovinato inesorabilmente la vita rendendoli incapaci di apprezzare ciò che il mondo poteva offrire loro. Il fatto che ci sia riuscito, e che abbia fatto dimenticare ai cultori del montaggio qualche raccordo non proprio elegante, è segno che Malick appartiene all’ormai ristretto numero dei cineasti dal talento cristallino. Sempre più rari e sempre più preziosi.

Voto: 9

Roberto Frini