L'Ultimo dei Templari

08/07/2011

di Dominic Sena
con: Nicolas Cage, Ron Perlman, Claire Foy, Stephen Campbell Moore, Robert Sheehan

Quinto lungometraggio per il cinema di Dominic Sena, L’Ultimo dei templari regala agli spettatori italiani perplessità sin da titolo (l’originale è un molto più appropriato Season of the Witch). Anche dopo la visione del film vi domanderete: cosa c’entrano i Templari, in quanto non vi è alcun riferimento all’ordine per il quale il cavaliere Behmen (Nicolas Cage) combatte, e perché “L’Ultimo”? La risposta è probabilmente da rintracciare nella volontà di un facile incasso che si appoggi sul nome di Cage e del modesto successo de Il mistero dei templari (2004 ).
Il film non si fa mancare quasi nulla; un action/fantasy/medieval/horror che viaggia sulla banalizzazione della contrapposizione tra bene e male. Il film è pervaso da una forte vena aticlericale e di polemica nei confronti dell’utilizzo della forza da parte della Chiesa contro i nemici della fede, ma è una superficiale analisi su pagine dolorose e controverse della Chiesa cattolica - quello delle Crociate e dell’Inquisizione.
Sena sciorina tutte le sue armi (ce le ricordavamo ben diverse in film come Kalifornia o Codice Swordfish) regalandoci un film privo di mordente, noioso, senza alcun colpo di scena e in un racconto talmente lineare che dopo la prima mezzora il finale è facilmente intuibile.
Il crociato Behmen, col suo fidato amico e compagno d’armi Felson (Ron Perlman, intrappolato ormai in film di questo genere dopo Il nome della Rosa) abbandona guerre sante e morti innocenti, disgustato da quello in cui la Chiesa lo sta trasformando, per difendere il Cristianesimo dagli “Infedeli”, e torna in patria. Riconosciuti e accusati di diserzione (pena la morte) per avere salva la vita decidono di assecondare le richieste del cardinale D’Ambroise (cameo di Christopher Lee) e di scortare in una vecchia abbazia una giovane donna accusata di stregoneria perché venga giudicata e condannata. Il viaggio risulterà non privo di pericoli e di prevedibili colpi di scena, fino all’epilogo dove il film esce allo scoperto e abbandona definitivamente il trasparente velo di pudore estetico/intellettuale indossato fino a quel momento.
Nicolas Cage, divenuto ormai la maschera di sé stesso con l’aiuto di una scialba sceneggiatura, interpreta mediocremente il ruolo del cavaliere-cowboy che puntella piattamente, senza alcun filo di ironia, stilemi e cliché già sorbiti abbondantemente in altri film di genere.
L’unica a salvarsi in questo calderone di pochezza attoriale, tanto che non c’è da stupirsi se a qualche spettatore viene in mente di parteggiare per lei, sembra essere la giovane “strega” (Claire Foy), in grado quanto meno di farci vacillare più di una volta circa la sua effettiva colpevolezza.
Tra scene di massa in cui appare evidente l’uso di software che moltiplicano le folle e location lugubri scovate negli anfratti più remoti dell’Ungheria, il film attraverso il suo protagonista sembra voler dibattere su un tema più profondo senza però riuscirvi (non con quella raffinatezza che appartiene a pellicole del calibro de Il settimo sigillo): il rapporto tra l’uomo e Dio.

Voto: 4

Antonello Trezza