Una separazione

25/11/2011

di Asghar Farhadi
con: Sareh Bayat, Sarina Farhadi, Peyman Moadi, Babak Karimi, Ali-Asghar Shahbazi

Simin e Nader decidono di separarsi: la donna vuole lasciare il paese per permettere alla figlia di avere un futuro migliore, Nader però ha un padre malato di Alzheimer a cui deve badare e non vuole che Termeh cresca fuori dall’Iran, lontana da lui. La ragazzina decide di restare con il padre e Simin si trasferisce dai suoi genitori. Le loro vite si incontrano, o meglio si scontrano, con quelle di Razieh, di suo marito e della loro figlia. Razieh è la donna che Nader ha assunto per farsi aiutare nelle faccende di casa e per prendersi cura del padre mentre lui è al lavoro. Il film si trasforma improvvisamente in un thriller, leggero, intrigante e senza troppa suspense, ma ricco di cesure e “non detti”, sia da parte del regista nei confronti dello spettatore, sia tra gli stessi personaggi del film. Simin infatti non vuole veramente lasciare il paese (anche davanti al giudice non sa spiegare il motivo della sua decisione), vuole mettere alla prova Nader; Razieh non dice al marito del suo lavoro; davanti al giudice nessuno dice la verità. Il “non detto” di Asghar Farhadi è invece diverso, celato da una storia interessante, ben scritta e coinvolgente. Attraverso i suoi personaggi infatti descrive una società iraniana divisa tra la modernità e la religione. Razieh dipende dal marito, è molto credente e la sua vita è condizionata dalla paura di vivere nel peccato e dai giuramenti sul Corano (la donna si rivolge ad uno pseudo ufficio per sapere se può o meno cambiare i pantaloni ad uomo anziano e malato). Simin è invece più emancipata: lavora, ha una macchina e si separa dal marito lasciando con lui la figlia adolescente. Attori straordinari tanto da vincere ben quattro orsi d’argento allo scorso Festival di Berlino e un regista che ha saputo lasciare il segno, meritando l’Orso d’oro per il miglior film.
Un film sui sentimenti e sui rapporti umani, senza colonna sonora, basato soltanto sui dialoghi (come quelli tra Nader e sua figlia) e sugli sguardi (tra le bambine, ma anche quelli che il nonno malato rivolge ai famigliari). Un film che -come accade spesso in Iran- è stato bloccato durante la lavorazione, quando ancora non si sapeva molto neanche della trama. L’Iran è un paese in cui non c’è libertà di espressione e in cui un uomo non è libero di svolgere la propria attività semplicemente perché crea ed alimenta una forte voce di dissenso verso il regime. La censura in Iran continua ad essere operata in maniera forte: le pellicole escono dal paese in maniera clandestina per poter approdare all’estero e a Festival internazionali. Era così negli anni ’70 quando Gaav (1969) di Dariush Mehrjui, presentato al Festival del cinema di Berlino tre anni dopo la sua lavorazione, venne bandito dallo stato iraniano. E’ stato così per i registi Mohsen Makhmalbaf e Abbas Kiarostami, che spesso sono costretti a lavorare all’estero. Ed è ancora così per i registi più giovani, nel dicembre 2010 Panahi è stato arrestato dal regime iraniano proprio a causa della sua attività artistica. E la sua detenzione non è stata l’unica: il regime aveva condannato alla prigionia e ad una interdizione dall’attività cinematografica anche un altro importante regista, Mohammad Rasoulof che ha presentato il suo film Bé Omid é Didar (Good Bye) all’ultimo Festival di Cannes. Nel film una giovane donna avvocatessa vuole lasciare Teheran  e prova in ogni modo ad ottenere un visto. In Offside(2006) di Panahi invece alcune ragazze si travestono da uomini per poter assistere ad una partita di calcio, poiché alle donne è proibito andare allo stadio. Certamente i cineasti iraniani continuano a lottare contro la censura, raggirandola e nascondendo dietro una storia apparentemente semplice -ma sempre molto interessante e ben costruita- le controversie della società iraniana. 
Il film di Asghar Farhadi è stato salvato dal pubblico e dalla critica internazionale che avevano già apprezzato il regista con About Elly (2009), da una distribuzione americana e soprattutto da una storia non di propaganda, ma che -almeno apparentemente- potrebbe essere ambientata in qualsiasi paese del mondo, perché i rancori e le difficoltà di “una separazione” sono gli stessi, per tutti.

Voto: 7

Silvia Preziosi