Shame

12/01/2012

di Steve McQueen
con: Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie

Brandon, trentenne newyorkese di successo, non riesce a controllare i propri impulsi sessuali e trascorre le serate dedicandosi a incontri occasionali. L’arrivo della sorella minore, inquieta e nevrotica, rischia di mettere a repentaglio l’alienata routine che si è costruito.
Ancora corpi in cattività per il videoartista inglese Steve McQueen, già vincitore dell’illustre Turner Prize, e per il suo attore feticcio Michael Fassbender che, dopo il martoriato Bobby Sands di “Hunger” (2008), s’immola in un’altra performance d’intensa ferocia, meritatamente premiata a Venezia con la Coppa Volpi. La prigione di Bobby Sands, militante dell’IRA deceduto dopo uno sciopero della fame, era quella fin troppo concreta e tangibile del penitenziario di Sua Maestà britannica; il carcere di Brandon è quello che lui stesso si è costruito, uno spazio ideale ma non meno coercitivo, i cui confini coincidono con quelli del proprio corpo. La patologia di Brandon si chiama bulimia sessuale, un’urgenza insopprimibile di sesso anonimo e occasionale, pornografia e masturbazione compulsiva, finalizzata a contenere un estremo disagio psicologico. Il piacere si trasforma in bisogno, destinandolo a una perenne insoddisfazione e rendendolo incapace di stabilire relazioni affettive. Il nocciolo di “Shame” è la dipendenza dal sesso che, non diversamente da quella da droghe o da alcool, è originata da un abisso impossibile da colmare. Secondo la psicologia, la sex-addiction ha in realtà poco a che vedere con il sesso comunemente inteso, e molto con l’autoaffermazione perseguita attraverso l’esibizione sessuale, affermazione che richiede continue conferme.
Appartamento a Manhattan gelido e impersonale, abiti impeccabili, il protagonista di “Shame” è lontano parente del Patrick Bateman di Bret Easton Ellis ma, invece di fantasticare su cruenti omicidi immaginari, uccide la propria emotività e la propria capacità di provare empatia. Imprigionato in un circolo vizioso, non riesce a provare emozioni diverse dalla rabbia o dall’insoddisfazione. Le similitudini finiscono qui, perché se quella di Ellis era una satira feroce ed esilarante, quella di McQueen è un’analisi clinica condotta con lo sguardo distaccato del documentarista. Da artista visivo, lascia parlare le immagini come ormai raramente si vede al cinema, incidendo segni forti e decisi che definiscono il personaggio più di mille parole, dal biancore anonimo dell’appartamento di Brandon ai suoi completi elegantissimi, indossati per distanziare e mai per accogliere. Tanto Brandon è glaciale e abituato a dividere la propria vita in compartimenti, quanto Sissy è depressa, vulnerabile, confusionaria. Se in superficie fratello e sorella non potrebbero essere più diversi, in realtà sono accomunati dalla stessa, fortissima pulsione autodistruttiva, che in Sissy si manifesta attraverso i tagli sulle braccia e i tentativi di suicidio, in Brandon attraverso la dipendenza. Nulla ci viene raccontato della loro storia familiare, tranne una vaga allusione sussurrata da Sissy (“We’re not bad people, we just came from a bad place”). Ed è meglio così, perché la rigorosa sceneggiatura di Abi Morgan rifugge da provvidenziali quanto facili psicologismi, scarnificando i dialoghi ai minimi termini.
A un certo punto sembra che Brandon avverta la necessità di cambiare il suo comportamento, provando a intrecciare una relazione sentimentale con una collega d’ufficio, ma tale tentativo è destinato inevitabilmente al fallimento. Il sesso funziona solo se esula dalla condivisione, e deve essere fugace, clandestino, rabbioso. E proprio la cruda rappresentazione del sesso fatta da McQueen, che esclude a ragione l’erotismo nella livida esposizione dei corpi, potrà creare qualche polemica. Anche perché i suoi accoppiamenti, notoriamente difficili da realizzare al cinema senza precipitare nello stereotipo, acquistano una forza realistica di notevole impatto, sottintendendo una profonda verità che lo spettatore medio non è avvezzo a vedere squadernata sullo schermo.
Il regista impagina inquadrature di estrema cura compositiva ed evita la classica dialettica campo/controcampo, ricorrendo a eleganti long takes, costrittivi e un po’ sadici, limitando al minimo i tagli di montaggio all’interno delle sequenze. Almeno due momenti indimenticabili: la sequenza in cui Carey Mulligan, in primissimo piano e quasi senza stacchi, intona una malinconica versione di “New York, New York”, e il carrello che  segue il furibondo jogging notturno di Brandon per le strade di Manhattan.
Accompagnato dal Bach delle “Variazioni Goldberg” di Glenn Gould, crocifisso dalla fredda fotografia di Sean Bobbitt, afflitto da un’insopportabile Carey Mulligan, Michael Fassbender offre un’interpretazione memorabile per impeto e autenticità, sforzo che gli verrà senz’altro risparmiato nell’imminente “Prometheus” di Ridley Scott.

Voto: 7,5

Nicola Picchi