L'Ora Nera

20/01/2012

di Chris Gorak
con: Emile Hirsch, Olivia Thirlby, Rachael Taylor, Max Minghella, Joel Kinnaman, Dato Bakhtadze, Veronika Ozerova, Gosha Kutsenko

Sean e Bean atterrano a Mosca per vendere ai russi il progetto di un nuovo social network, ma l’idea gli viene rubata dallo svedese Skyler. Sconfortati ma non troppo, i due sprovveduti trascorrono la serata al nightclub “Zvezda”, dove incontrano due turiste americane. In quel momento si verifica un blackout, e migliaia di punti luminosi precipitano dal cielo: l’invasione è cominciata. Mentre gli alieni vaporizzano i superstiti riducendoli in cenere, il gruppo di sopravvissuti dovrà attraversare Mosca, nel tentativo di lasciare la città.
Il titolo originale “The Darkest Hour” allude alla celeberrima definizione di Winston Churchill, il quale, com’è noto, si riferì al drammatico momento storico in cui ebbe luogo la Battaglia d’Inghilterra, quando i nazisti rovesciarono tonnellate di bombe su Londra. In questo caso, almeno nelle mal riposte intenzioni dei soggettisti, un’invasione aliena su scala planetaria dovrebbe rimpiazzare la Luftwaffe e i V2 del III Reich, restituendo il medesimo senso di ansia e minaccia incombente.
Nel cinema americano recente, complice l’11 settembre e le inquietudini ad esso connesse, gli alieni seminano morte e distruzione direttamente sul suolo americano (Battle: Los Angeles, Cloverfield, Skyline, la Guerra dei Mondi). Andando indietro nel tempo fino agli anni della guerra fredda, l’alieno era invece trasparente metafora della minaccia comunista e dei subdoli tentativi dell’avversario di minare le fondamenta dell’”american way of life”. Per ironica legge del contrappasso, nonché spiritoso ribaltamento dei canoni, nel caso de “L’Ora Nera” è proprio la Federazione Russa a subire l’aggressione, anche se la vicenda è narrata dalla prospettiva di un gruppo di americani. Tutto il divertimento si esaurisce però nelle premesse iniziali, perché lo sceneggiatore Jon Spaihts intende con tutta evidenza candidarsi spontaneamente ai Razzie Awards prossimi venturi, con la fondata speranza di aggiudicarsi il riconoscimento.
Emile Hirsch (Sean) prosegue il suo viaggio “Into the Wild”, ovvero nella Mosca di Putin e Medvedev, raffigurata come un selvaggio Far West. Straniero in terra straniera, il malcapitato si ritrova in un luogo in cui non esistono leggi né regole, assai più alieno degli stessi invasori, a parte qualche rassicurante pubblicità di McDonald’s ben evidenziata. Trattandosi della Russia, non potevano poi mancare bizzarri personaggi folkloristici, quali l’ingegnere Sergei, inventore di una risolutiva arma a microonde, e Matvei, capo della milizia russa, che grazie ai costumi di Varya Avdyushko sembrano prelevati di peso dal set di “Daywatch”. Merito della produzione di Timur Bekmambetov, il quale ci tiene ad assicurare quel minimo di colore locale che motivi la coproduzione. Guardandosi bene dal dirigere il film, Bekmambetov affida la regia all’ex scenografo e art-director Chris Gorak, che deve fare i conti con la sconcertante insipienza della sceneggiatura. La geniale trovata è quella dell’invisibilità degli alieni, idea che risale almeno ai tempi de “La cosa maledetta” di Ambrose Bierce, targata 1893. Gli invasori rivelano però la loro presenza ogni qual volta si trovano in prossimità  di un dispositivo alimentato con l’elettricità, sia esso una lampadina, il faro di un’automobile, un tergicristallo o un cellulare. Composti essi stessi di energia elettromagnetica, identificano gli esseri umani attraverso le onde elettriche emesse dai loro corpi, eliminandoli con letale precisione. Niente paura, perché è sufficiente ripararsi con del materiale isolante o in un’artigianale gabbia di Faraday per turlupinare la creatura.
Questa intuizione, oltre a consentire un sostanzioso risparmio sugli effetti CGI, offre a Gorak la possibilità di allestire qualche buona sequenza con un discreto livello di suspense, come quella nella Piazza Rossa. Tanta abnegazione è però vanificata da personaggi inesistenti e dialoghi che dovrebbero costare a Spaihts l’espulsione vita natural durante dalla Screenwriters Federation of America . La gestione delle dinamiche interne del gruppo di sopravvissuti si adagia nella più trita banalità, storia d’amore inclusa, e appare davvero disarmante l’ostinazione del cast, in primis Emile Hirsch e Olivia Thirlby, nel voler prendere sul serio la faccenda, sgranando con convinzione inascoltabili linee di dialogo.
Ma qual è il fine degli alieni? Anche qui l’ineffabile sceneggiatore rifiuta di spremersi troppo le meningi: se nel “Cowboy & Aliens” di Favreau razziavano metalli nobili come l’oro, questi ultimi sono ghiotti di rame e di tutti i metalli che conducono elettricità, di cui si nutrono con extraterrestre bulimia.
Sul versante esclusivamente visivo “L’Ora Nera” non delude, ma non è abbastanza per salvare il film dal fallimento. La fotografia di Scott Kevan (Underworld: Il Risveglio) utilizza con intelligenza la profondità di campo, la quale, esaltata dalla visione stereoscopica, dà una forte sensazione di spaesamento, rendendo l’esperienza vissuta dallo spettatore più coinvolgente del consueto. Assai suggestivi anche gli scenari immaginati dallo scenografo Valeri Viktorov; anche se costretto dalla produzione ad includere locations turistiche (il Ponte del Patriarca, la cattedrale del Redentore etc.), dipinge un’apocalisse convincente. Al contrario, il design character dell’alieno funziona finchè quest’ultimo è fascio luminescente, franando nel ridicolo quando, infranto lo scudo protettivo, si rivela una creatura che pare uscita da un videogame per Playstation 1. Assistendo a “L’Ora Nera” si rimpiange persino “Skyline”, e vengono i sudori freddi pensando che l’ineffabile Spaihts è alle prese con il “Prometheus” di Ridley Scott.

Voto: 5

Nicola Picchi