The Iron Lady

27/01/2012

di Phyllida Lloyd
con: Meryl Streep, Jim Broadbent, Alexandra Roach, Olivia Colman, Iain Glen, Anthony Head

L’anziana Magaret Tatcher, confinata nella sua casa londinese di Chester Square e affetta da demenza senile, conversa amabilmente con il marito, scomparso da otto anni. All’arrivo della figlia Carol, che la esorta a disfarsi degli effetti personali di Denis, Margaret inizia a rievocare episodi del suo passato.
E’ possibile costruire un biopic su una personalità politica di primo piano senza assumere una posizione? Apparentemente sì, a giudicare da “The Iron Lady”. La regista Phyllida Lloyd e la sceneggiatrice Abi Morgan (Shame) ci offrono infatti quella che si potrebbe definire, con buona pace di Mordecai Richler, “La versione di Margaret”, scegliendo di assumere la prospettiva dell’ingombrante protagonista. Ben poco viene raccontato delle controverse decisioni politiche adottate in tre mandati consecutivi, da colei che fu il più celebrato e insieme il più vituperato Primo Ministro britannico del dopoguerra. I momenti più drammatici e cruciali dei suoi 11 anni di governo (1979-90) sono relegati in filmati di repertorio, la cui unica funzione è quella di scandire cronologicamente gli eventi, ma che non chiariscono le ragioni di tanta avversione.
Eppure non si può dire che mancassero argomenti di discussione:iniziò allora l’abbraccio fatale del Regno Unito con gli Stati Uniti e l’indiscriminato sostegno alla politica estera americana, proseguito poi immutato negli anni di governo di Tony Blair, che portò alle mistificazioni della seconda guerra del Golfo.
Ironicamente, quegli anni videro una rinascita del cinema inglese, che non era mai stato così vitale dai tempi del Free Cinema degli anni ’60. Film in chiave rigorosamente antitatcheriana, diretti da registi quali Mike Leigh, Ken Loach, Stephen Frears e Richard Eyre, che diedero nuovo lustro a una cinematografia ormai in declino. Neanche la scena musicale inglese fu da meno; i “The Specials” rispolverarono per l’occasione la dylaniana “Maggie’s Farm”, mentre gli Smiths e Morrissey scrissero “Margaret On The Guillotine”.
Di carne al fuoco ce n’era insomma a sufficienza, ma “The Iron Lady” preferisce evitare polemiche, accentrando l’attenzione sulla Tatcher privata, sull’essere umano e non sull’animale politico. Quello che resta dopo tante discutibili amputazioni, è un biopic dal sapore tradizionale, con i consueti flashbacks dalla cronologia scompaginata. Se “Il Discorso del Re” e “The Queen” si focalizzavano su due episodi storici ben definiti, qui si opta per una più tradizionale panoramica a volo d’uccello. Lo spettatore assisterà così alla vicenda di un’eroina femminista della “working class”: la modesta figlia di un droghiere di Grantham la quale, contro tutte le avversità, riuscirà a farsi strada in un ambiente maschilista e classista fino ad ascendere alla guida del Partito Conservatore, e poi alla carica di Primo Ministro. Nonostante la protagonista spieghi, in una scena chiave, che per lei le idee sono più importanti dei sentimenti, tali “idee” e la loro messa in pratica rimangono oscure a chi non sia già informato dei fatti. Nell’esposizione narrativa, carriera e matrimonio vengono prima delle decisioni politiche. Lo spettatore si trova quindi davanti all’ammirato ritratto di un’anziana signora non più in possesso delle proprie facoltà mentali, a cui non è possibile far mancare un’affettuosa solidarietà.
Regista e sceneggiatrice spiegano che “The Iron Lady” vuole essere un’opera di fiction (e si era capito), che anela niente meno che al “Re Lear” shakespeariano: una riflessione sulla follia, sulla vecchiaia e sulla perdita del potere. Ambizioni alte, che però andrebbero ridimensionate. Margaret Tatcher non ha la tempra dell’eroina tragica, e non vale, in una sequenza dal kitsch insostenibile, farle abbandonare il numero 10 di Downing Street sulle note di “Casta Diva” ad elevarne la statura. Abi Morgan fa dire alla Tatcher di aver sopportato l’odio per il bene delle generazioni future, che un giorno la ringrazieranno. Ebbene, tali ringraziamenti non sembrano essere pervenuti.
“The Iron Lady” è interamente fagocitato dalla mostruosa bravura, dalla classe e dal carisma di una monumentale Meryl Streep, che deborda da ogni fotogramma anche sotto le pesanti acconciature di J.Roy Helland e le protesi escogitate da Mark Coullier. La sua interpretazione, giustamente premiata con un Golden Globe, costituisce infatti l’unica valida ragione per vedere il film, e probabilmente anche la motivazione principale per cui quest’ultimo è stato realizzato. La Streep coglie perfettamente l’essenza del personaggio, pur senza negarsi qualche accento impercettibilmente ironico (se non apertamente comico), nella descrizione degli anni dell’ascesa al potere. La giovane Tatcher è interpretata con severa convinzione dalla debuttante Alexandra Roach, ed ugualmente perfetti sono Jim Broadbent (Denis Tatcher), Olivia Colman (Carol) e Anthony Head (Geoffrey Howe). La fotografia di Elliot Davis, i costumi di Consolata Boyle e la scenografia di Simon Elliott utilizzano con intelligenza una palette monocromatica per le scene che si svolgono al tempo presente, rimarcando il progressivo estraniamento dalle cose del mondo dell’anziana protagonista, riservando toni più accesi per i flashbacks.
Non che ci si attendesse dalla regista di “Mamma Mia” chissà quale rigorosa disamina del tatcherismo o una verve polemica alla Oliver Stone, ma così com’è “The Iron Lady” rimane un modesto biopic dalle ambizioni mal riposte, spesso irritante per il suo ostinato rifiuto ad esprimere un’opinione, illuminato da una straordinaria attrice che da sola vale il prezzo del biglietto.

Voto: 6,5

Nicola Picchi