War Horse

17/02/2012

di Steven Spielberg
con: Emily Watson, Peter Mullan, Jeremy Irvine, David Thewlis, Niels Arestrup, Tom Hiddleston, Benedict Cumberbatch, Toby Kebbell

L’agricoltore Ted Narracott, pur trovandosi in difficoltà economiche, acquista un puledro alla fiera del paese. Nonostante l’opposizione della moglie Rose, il cavallo viene affidato al figlio Albert, il quale si occupa di domarlo e di addestrarlo al duro lavoro dei campi. Tra il ragazzo e Joey, tale il nome del puledrino, nasce un rapporto intenso fatto di affetto e comprensione, ma allo scoppio della I Guerra Mondiale, Ted si trova costretto a vendere Joey al capitano Nicholls, un ufficiale di cavalleria in procinto di partire per il fronte.
La scommessa del romanzo “War Horse” di Michael Morpurgo, già trasposto con grande successo per il teatro, era quella di narrare gli avvenimenti dal punto di vista di un cavallo. Idea non nuova, se si pensa che era già stata adottata in un classico anglosassone della letteratura per ragazzi, “Black Beauty” (1878) di Anna Sewell, trasposto innumerevoli volte al cinema e in televisione. Ma se il cavallo vittoriano narrava in prima persona disavventure tutto sommato ordinarie, dalla nascita in una fattoria inglese alla vita grama condotta alle dipendenze dei vetturini di Londra, il Joey di Morpurgo vive esperienze ben più straordinarie, attraversando le tempeste d’acciaio della I Guerra Mondiale. Al cinema si era già tentato qualcosa di simile con “Au hasard Balthazar” (1966) di Robert Bresson, pessimistica riflessione sul male che adottava la prospettiva dell’asino Balthazar: un realistico ritratto della miseria umana, reso ancora più desolante dall’innocenza dell’animale.
Steven Spielberg preferisce evitare le complicazioni legate al punto di vista e richiamarsi alle versioni cinematografiche di “Black Beauty”, optando per una favola che ha il sapore del cinema di una volta, densa di rimandi sia pittorici che cinematografici. Nel calderone spielberghiano finisce di tutto un po’: la pittura paesaggistica di John Constable, evocata nella stupenda fotografia di Janusz Kaminski, la forza e la potenza dei cavalli di George Stubbs, insigne “ritrattista” equino, ma anche “Via col Vento”, esplicitamente citato in due sequenze, e naturalmente un pizzico di John Ford (“Un uomo tranquillo”). Elementi così eterogenei sono amalgamati con la classe e la tempra del grande narratore popolare, che non teme di apparire ingenuo, trovando anzi nella propria naïveté motivo d’orgoglio. “War Horse” appartiene a quella tipologia di film che una volta si sarebbero definiti per “ragazzi”, quelli che gli odierni uffici stampa definiscono “young adult” perché gli sembra una definizione più entusiasmante. Ma di quali ragazzi si parla, poi? Di quelli di oltre mezzo secolo fa, dell’età di Spielberg, cresciuti con un cinema “bigger than life” e sfacciatamente sentimentale, ormai estinto.
Separato da Albert, Joey passa di mano in mano, inaugurando una sorta d’inedita odissea equina. Allo stesso tempo attraversa le esperienze più diverse, rispecchiando la realtà storica di un’epoca in cui si utilizzavano ancora i cavalli durante le guerre. Inizialmente è acquistato da un ufficiale britannico, poi agevola la fuga di due disertori dell’esercito tedesco; in seguito viene ritrovato da una ragazzina francese e da suo nonno, per essere di nuovo requisito dall’esercito tedesco e ritrovarsi nel carnaio della battaglia della Somme. Joey è il filo conduttore della narrazione, e gli sceneggiatori Lee Hall e Richard Curtis costruiscono una struttura forzatamente episodica. Abbandoniamo i protagonisti di una storia per passare al galoppo (è il caso di dirlo) a quelli della successiva, sfogliando i capitoli come in un libro di fiabe, popolato di personaggi archetipici: malvagi proprietari terrieri, agricoltori dal passato glorioso, bambine cagionevoli, nonni apprensivi, ufficiali adamantini e soldati dal cuore d’oro.
“War Horse” richiede allo spettatore di abbandonare ogni riserva, regredire all’infanzia e lasciarsi andare al piacere del racconto, mentre Spielberg elabora sequenze magistrali, quali la carica di cavalleria o la corsa impazzita di Joey nelle trincee, affidandosi a un cast che ha del miracoloso. Da Emily Watson a Peter Mullan, fino allo straordinario Niels Arestrup (Il Profeta) e all’esordiente Jeremy Irvine, bisogna sottolineare come si tratti non solo di attori efficacissimi, ma anche puntuali per fisiognomica rispetto alla tipologia rappresentata. Resta da chiedersi come mai due grandi registi come Spielberg e lo Scorsese di “Hugo Cabret”, escano quasi in contemporanea con due film apparentemente indirizzati agli adolescenti, più elitario e stratificato quello di Scorsese, più popolare e sentimentale quello di Spielberg, ma entrambi accomunati dal fatto di rivolgersi a una tipologia di pubblico del tutto immaginaria, che oggi nutre interessi assai diversi.

Voto: 7

Nicola Picchi