Killer Elite

31/05/2012

di Gary McKendry
con: Jason Statham, Clive Owen e Robert De Niro

Anni Ottanta. Macchiatosi dell’ennesimo crimine orrendo, Danny, un killer mercenario vuole “uscire dal giro” e rifarsi una vita. Il rapimento di un amico lo costringe a uccidere ancora. È l’inizio di una girandola di omicidi, in cui sono implicati il sultano dell’Oman e soldati dello Special Air Service inglese.   
“Azioni come queste non vanno ripensate: diventeremmo pazzi”, dice Lady Macbeth al marito nel secondo atto del Macbeth di William Shakespeare. Parole che vengono in mente dopo le prime sequenze di Killer Elite, incipit fuorviante perché poi il film imboccherà tutt’altra strada. Ma l’inquadratura della mano insanguinata e il tema del senso di colpa opprimente per i delitti commessi, richiamato in un altro momento in cui uno dei personaggi sottolinea che il problema non è ammazzare qualcuno quanto convivere con la consapevolezza del gesto compiuto, rimandano alla coscienza lacerata del protagonista della tragedia shakespeariana.
Le affinità si chiudono lì: Danny anela a “riconquistare” l’innocenza perduta, tagliando i ponti col passato e andando a vivere in mezzo alla natura incontaminata (in compagnia di una bella figliola), ma reprime a malapena l’istinto di assassino nato, e quando si tratta di ricominciare ad eliminare altri uomini, sia pure per una “giusta causa”, non sembra curarsi più di tanto dell’eventualità del rimorso che potrebbe tormentare i suoi sogni futuri.
Sgombrato il campo da scrupoli inopportuni, che ogni tanto riemergono, il regista precipita lo spettatore in un vortice di vicende rocambolesche, confezionando una spy story tutto sommato avvincente e con qualche guizzo assai apprezzabile (i sicari in pericolo perché vittime potenziali di altri sicari). Un’operazione riuscita, che però immancabilmente non si discosta dai cliché del genere: il taglio piuttosto politically correct (sono “cattivi” sia il sultano sia gli spregevoli ex agenti dello S.A.S., ora diventati burocrati senza scrupoli); gli interessi economici che spingono i potenti a mandare al macello vite umane; intrighi, tradimenti, doppiogiochisti; scene mozzafiato con manovre acrobatiche ed esplosioni; e soprattutto, e qui la debolezza maggiore di pellicole come questa, “eroi” che non solo non muoiono mai (tutti un po’ eredi del reduce John Rambo) ma che escono indenni dalle situazioni più rischiose riportando al massimo qualche livido e un paio di graffi.
Intrattenimento, puro e sacrosanto. Del resto, mica si può stare sempre a vedere e rivedere La corazzata Potëmkin. Ma non sarebbe meglio apportare qualche variazione alla ricetta, e far provare così qualche brivido in più anche agli spettatori che si riconoscono nel ragionier Ugo Fantozzi e nel suo grido di rivolta contro il cinema impegnato e di qualità?

Voto: 7

Andrea Salacone