Amour

22/10/2012

di Michael Haneke
con: Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert

Trionfatore all’ultimo Festival di Cannes, Michael Haneke ha conquistato con Amour la sua seconda Palma d’Oro dopo quella per Il nastro bianco (2009).
Il film racconta la storia di Georges (Jean-Louis Trintignant) e Anne (Emmanuelle Riva), due professori di musica ormai in pensione. Costoro hanno una figlia, Eva (Isabelle Huppert), che vive all’estero con la propria famiglia, ma quando può torna a trovare gli anziani genitori. Un giorno Anne è vittima di un terribile attacco che la semi-paralizza; l’amore che unisce la coppia è messo a dura prova, fino alle conseguenze più estreme.

Noto e celebrato, specialmente nella sua adorata Francia, per il suo cinema forte e algido, Michael Haneke con Amour sceglie di andare a toccare dei temi delicati, quali la vecchiaia e la morte. Lo fa attraverso un racconto che presenta una esasperante dilatazione, che solo a tratti si sposa bene con l’“odissea” di questa coppia di anziani. Per oltre due ore Haneke racconta la quotidianità dei suoi protagonisti all’interno della loro casa borghese e dalla quale non si esce mai: trattasi infatti di un film in cui esiste una sola unità di luogo – per dirla con Aristotele – per l'appunto l'appartamento.

Questa pellicola alla fine non ci mostra nulla di nuovo e nessuna riflessione sconvolgente, né insolita su dei temi che invece meriterebbero ragionamenti ben più profondi che il mostrare come questi due adorabili vecchini facciano colazione o come spendano il tantissimo tempo che hanno a disposizione, rintanati nella loro casa. Inutile, in questo contesto, la presenza di Isabelle Huppert nei panni della figlia, impegnata in alcune scene di contorno di cui si poteva fare a meno.

La francofilia di questo regista è risaputa e anche in questa sua ultima opera egli propone alcune delle “pose” tipiche della Nouvelle Vague, i cui maggiori esponenti e i loro tanti epigoni sembrano talora farci intendere che il cinema sia solo impegno e sofferenza. Oltretutto, in Amour ritroviamo il concetto cardine della cosiddetta politique des auteurs, sarebbe a dire quella ripresa di situazioni della vita vera che questi autori amano definire tranche de vie.

A esser sinceri, Haneke non fa certo troppi sforzi alla regia, con una fotografia fatta quasi interamente di campi medi, primi piani e inquadrature fisse, dove i movimenti di macchina sono rarissimi. L'elemento che salva questo film e lo eleva al punto da convincere la giuria di Cannes a premiarlo con la Palma d'Oro lo si ritrova nella interpretazione magistrale dei due protagonisti. L'intensità dei loro sguardi e la dignità della loro essenza rendono questa storia, a tratti, a dir poco commovente per lo spettatore. L'interpretazione praticamente perfetta di Trintignant e della Riva contribuisce all'ottanta percento alla riuscita del film, senza di loro, la tanto celebrata autorialità di Haneke, almeno in questo caso, sarebbe naufragata in un mare di noia e mancanza di spunti originali.
Esiste, tuttavia, un altro aspetto di questa pellicola che desta un certo interesse: il fatto che la parola amore, che dà persino il titolo al film, non sia quasi mai pronunciata; come a voler fare intendere che l'amore lo si dimostra con i fatti e non con le parole, giacché esso è una cosa davvero rara. A tal proposito, ci ritorna in mente un celebre aforisma di François de La Rochefoucauld, a nostro avviso decisamente calzante per questa storia: “Il vero amore è come i fantasmi: tutti ne parlano, ma pochi li hanno visti”.

Voto: 6,5

Riccardo Rosati