Django Unchained

16/01/2013

di Quentin Tarantino
con: Jamie Foxx, Leonardo DiCaprio, Christoph Waltz, Kerry Washington, Samuel L. Jackson, Bruce Dern, Franco Nero, James Russo, Quentin Tarantino

Due anni prima dell’inizio della guerra civile, Django è uno schiavo che viene liberato dal dottor King Schultz, un dentista tedesco improvvisatosi cacciatore di taglie.
Schultz è a caccia dei fratelli Brittle, criminali ricercati di cui non conosce le fattezze, Django ha lavorato nella loro piantagione ed è quindi in grado di riconoscerli.
Dopo aver cacciato a lungo al fianco di Schultz, Django decide che è giunto il momento di ritrovare e liberare sua moglie Broomhilda. Accompagnato da Schultz, l'uomo riesce a rintracciare la moglie che si trova a Candyland, la piantagione di Calvin Candie. Django e Schultz studiano quindi una strategia per entrare nella piantagione e liberare la donna..


Django, prima ancora di essere un omaggio al film di Corbucci, è l’ultima grande riscrittura possibile di un genere esaurito ormai da tempo. Tarantino non può dirsi nuovo alla manipolazione dei generi, e questa è certamente una di quelle riuscite.
Già nei titoli di testa è chiara l’intenzione di omaggiare e nel contempo rinverdire lo spaghetti western, ed è quindi con la leggerezza che contraddistingue le migliori sceneggiature di Tarantino che ci ritroviamo di fronte un bizzarro dottore di origine tedesca con una gran parlantina e una fila di schiavi incatenati. Da qui in poi, senza neanche un momento di respiro, le avventure del dottore e dello schiavo liberato comporranno l’affresco sul razzismo meglio riuscito degli ultimi anni.
Non è solo nel dipingere il Ku Klux Klan come una banda di imbecilli, che si intende mettere il dito sulla piaga di una delle peggiori vergogne dell’America, ma semmai nel ritrarre le infinite possibili derive dell’uomo, nero o bianco conta poco, e del suo riscatto, là proprio dove nessuno ama vederle.

Ovviamente la leggerezza con cui è trattato il tema iscrive il film al genere commedia, ma le infinite occasioni, mai sprecate, di mostrare crudeltà e sangue, quest’ultimo sia pure di chiara matrice fumettistica, rendono l’opera complessa e disturbante quanto basta per sorridere un po’più amaro di quanto si vorrebbe.
Django urla l’orgoglio di tutti i neri americani, anche di Spike Lee se si fosse preso il disturbo di vedere il film prima di lamentarsene, ma senza mai perdere di vista l’intento umoristico di un regista abituato a dire le cose con lunghi e interessantissimi dialoghi.
Dialoghi che mai si sarebbero potuti immaginare in un genere così poco giocoso come il western, italiano o americano che sia.
Pur rimanendo nei binari prescritti Tarantino amplifica, con l’intento di sdrammatizzare una tematica tanto forte, l’effetto dello shock culturale che un qualsiasi viaggiatore tedesco potrebbe aver provato alla vista di persone incatenate a causa del colore della pelle, e il tutto è a sua volta rimandato indietro ai bifolchi locali, che sgranano gli occhi come un sol uomo, alla vista di un nero a cavallo.

Il racconto procede spedito tra colpi di pistola e usi impropri della frusta, fino all’incontro con il cattivo epocale, Calvin Candie: un divertito Leonardo DiCaprio, che pare perfettamente a suo agio nel delineare con poche riuscite pennellate il pericoloso capo di una piantagione che fa dello schiavismo il suo punto di forza. Un potente Samuel Jackson incarna, invece, l’anima nera di tutti i collaborazionisti della storia dell’essere umano, dalla piantagione sudista fino ai campi di sterminio, chiunque abbia vessato quelli della sua stessa etnia, può essere rappresentato dall’interpretazione superba di Jackson. Christoph Waltz e Jamie Fox convincono fin dalla prima inquadratura, mentre la spiritosa strizzatina d’occhio ai fan da parte di Franco Nero assolve appieno il suo intento di alleggerire una delle scene più terribili dell’intero minutaggio.

Nel complesso il film può dirsi riuscito nel suo obiettivo di trattare, con abilità e con una grossa dose di ironia rivolta tutta ai cattivi, una delle pagine più nere della storia americana. Il tutto senza mai scadere nell’ovvio e con il non trascurabile vantaggio di un cast perfettamente a suo agio e decisamente divertito dall’ultima trovata di un regista che ha fatto dello sberleffo il suo segreto per poter dire tutto quel che gli pare.

Voto: 8

Anna Maria Pelella