The Last Stand - L'Ultima Sfida

31/01/2013

di Kim Jee-woon
con: Arnold Schwarzenegger, Johnny Knoxville, Forest Whitaker, Eduardo Noriega, Peter Stormare, Luis Guzman, Jaimie Alexander, Rodrigo Santoro, Harry Dean Stanton

Dopo un’evasione spettacolare, il narcotrafficante Gabriel Cortez si dirige verso l’Arizona a bordo di una Corvette modificata, sperando di attraversare la frontiera con il Messico. Braccato dagli agenti dell’FBI, che però si riveleranno inefficaci, Cortez troverà sulla sua strada Ray Owens, sceriffo della pacifica cittadina di Sommerton Junction.
Atteso ritorno sulle scene di Arnold Schwarzenegger, nel suo primo ruolo da protagonista a dieci anni esatti da “Terminator 3 – Le macchine ribelli” (2003), “L’ultima sfida” vede anche l’altrettanto atteso debutto di Kim Jee-woon all’interno del sistema produttivo del cinema americano. E qui iniziano i guai, perché se il film è certamente il miglior ritorno possibile per l’attore austriaco dopo i sette anni trascorsi come Governatore della California, è anche il peggior debutto possibile per il regista. Seguendo le orme di John Woo con “Hard Target” (1993), di Ringo Lam con “Maximum Risk” (1996) e di Tsui Hark con “Double Team” (1997), tutti e tre con Van Damme, l’enfant prodige del cinema coreano, iconoclasta sovvertitore di generi dallo stile fiammeggiante, firma il suo film più esile, in cui si stenta alle volte a riconoscere la stessa mano che ha realizzato “I Saw the Devil” o “Two Sisters”. Le prospettive di carriera dei registi asiatici in quel di Hollywood continuano ad essere molto limitate, e il più delle volte il loro modo peculiare di fare cinema risulta gravemente snaturato, polverizzato da trascurabili sceneggiature da B-movie, anche se speriamo che l’imminente “Stoker” di Park Chan-wook possa fare la differenza.
Che Kim fosse un estimatore del western, italiano o americano che fosse, lo si era già compreso ai tempi di “Il Buono, il Matto, il Cattivo” (2008), sublime detour sulle spoglie insepolte del cinema leoniano. L’impianto de “L’ultima sfida” è infatti decisamente western, con molti richiami a un  classico come “Mezzogiorno di fuoco”, anche se Schwarzenegger, pur invecchiato e autoironico, non possiederà mai la sofferta malinconia di Gary Cooper. L’America di Kim Jee-woon è quella del mito, una ragnatela di Highways che solcano il continente, tra infinite distese di grano alla Edward Hopper e sperduti paesi di fontiera come Sommerton Junction, archetipi della “homeland” da difendere a ogni costo dalle aggressioni esterne. Un paesaggio inconfondibile, che esiste solo per essere sfregiato dalla Corvette modificata del narcotrafficante Gabriel Cortez, il quale si lascia alle spalle una scia di cadaveri da Los Angeles all’Arizona. Il regista affronta l’action a stelle e a strisce un po’ come Wharhol davanti al barattolo della zuppa Campbell, offrendone una fedele riproduzione che ne evidenzia l’aspetto seriale. Distillato alchemico di stereotipi consolidati in oltre un secolo di cinema americano, l’America sognata da Kim è però lo sfondo ideale per l’apparizione di un corpo altrettanto iconico, quello di Arnold Schwarzenegger, ex poliziotto della narcotici di Los Angeles, che getta la spugna rifugiandosi in un tranquillo paese dell’Arizona. Un corpo-simbolo del cinema action degli anni’80, recentemente tornato in gran spolvero con il dittico de “I Mercenari” e con l’imminente “Die Hard 4”. Ma se quella di Stallone si limitava a essere una baracconata nostalgica, che rianimava un’ultima volta il cadavere del cinema che fu, riconoscendone implicitamente il decesso, “L’ultima sfida” si sottrae a tentazioni consimili. Il film di Kim non vuole essere un omaggio al cinema degli anni ’80, “è” un action-movie degli anni ’80 uscito direttamente da un’ideale macchina del tempo, e come tale è abbastanza divertente, ammesso che si sia disposti a soprassedere su alcuni difetti macroscopici. La sceneggiatura di Andrew Knauer, funzionale quanto si vuole, è difatti un po’ troppo elementare per destare l’attenzione, mentre i dialoghi, di rara insipienza, non rendono un buon servizio agli attori. Il bizzarro humour di Kim Jee-woon buca lo schermo occasionalmente (l’ottantenne armata, Schwarzy che precipita da un palazzo continuando a sparare), concretizzandosi nel personaggio di Lewis Dinkum, lo svitato del villaggio interpretato da Johnny Knoxville, che indossa abiti simili a quelli di Song Kang-ho ne “Il Buono, il Matto, il Cattivo”. Knoxville, s’immagina inserito per soddisfare gli affezionati spettatori di “Jackass”, regala all’insieme una nota decisamente eccentrica, bilanciando la “normalizzazione” della regia, evidentemente troppo preoccupata di rispettare le convenzioni del cinema americano. L’unica sequenza alla Kim, infatti, è  quella in cui Harry Dean Stanton viene abbattuto con un colpo sparato da fuoricampo.
Arnold Schwarzenegger è un efficacissimo Ray Owens, se non altro come presenza scenica vista la vacuità delle battute, e alla sua età è ancora capace di estrarsi frammenti di vetro dalla coscia senza emettere un solo lamento. Se Luis Guzman e Forest Whitaker sono alquanto di prammatica, Eduardo Noriega (Cortez) è un degno antagonista,  Johnny Knoxville funziona bene nel ruolo della scheggia impazzita e Peter Stormare gigioneggia amabilmente nei panni del capo della banda; deludente invece la scialba Jaimie Alexander (Thor) nel ruolo dell’intrepida poliziotta. Da consigliare a tutti i fan di Arnold Schwarzenegger, un po’ meno a quelli di Kim Jee-woon, che potranno riprendersi dalla delusione rivedendo “A Bittersweet Life”.

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Voto: 6,5

Nicola Picchi