Educazione Siberiana

28/02/2013

di Gabriele Salvatores
con: ohn Malkovich, Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, Peter Stormare, Jonas Trukanas, Vitalji Poršnev

Liberamente tratto dall’omonimo romanzo d’esordio di Nicolai Lilin, viluppo inestricabile di fiction e autobiografia, “Educazione Siberiana” è un tentativo, imperfetto ma comunque coraggioso, di uscire dall’angusto provincialismo che affligge da decenni il cinema italiano. Il problema è che non si potrebbe immaginare un regista meno adatto di Gabriele Salvatores per tratteggiare sullo schermo in maniera credibile i “criminali onesti” della Transnistria, discendenti dei siberiani deportati da Stalin negli anni ‘30. E’ risaputo come alcune cose vadano perdute durante il processo di trasposizione dal romanzo alla sceneggiatura, ma nel caso specifico quello che si perde sono le asperità e le crudezze del testo originale, edulcorate dal tocco fin troppo “gentile” e conciliatorio di Salvatores, tanto più evidente quanto più il regista si impone di essere ruvido. Quello che si acquista, invece, è uno sguardo forzosamente alieno sugli avvenimenti narrati, che fa scivolare il film nel folcloristico e nell’artificioso. Circola, insomma, un forte sentore di finzione, come se l’impatto con una realtà tanto diversa possa essere risolto solo accentuando l’inverosimiglianza della messa in scena. La distanza geografica e culturale diventa un handicap oneroso, e non si  riesce a credere nemmeno per un attimo a questo “turistico” romanzo di formazione criminale, in cui gli elementi salienti (il significato dei tatuaggi, la mistica delle armi, la diffusa religiosità, un’etica alternativa al potere costituito) vengono affrontati con sconcertante superficialità, e risse e omicidi risolti con impaccio evidente.
Gli sceneggiatori Rulli e Petraglia individuano, in un libro dalla struttura fortemente episodica, una linea narrativa che gli permette di portare a casa il risultato, contrapponendo al protagonista Kolima l’amico/nemico Gagarin. Entrambi cresciuti nella comunità degli Urca siberiani di Fiume Basso, una comunità ristretta e gelosa delle proprie tradizioni, nel corso del tempo si allontaneranno l’uno dall’altro, finchè la loro amicizia arriverà a un drammatico punto di svolta. Questo permette di seguire i due protagonisti nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, e poi all’età adulta; tre fasi dell’esistenza a cui corrispondono epoche storiche assai differenti, considerando che nel frattempo si verificano mutamenti epocali quali la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, tre momenti a cui Salvatores fa corrispondere diversi registri narrativi, che però stentano ad amalgamarsi l’uno con l’altro. Kolima è ligio alle tradizioni culturali e all’etica dei siberiani, di cui è massimo depositario il patriarca nonno Kuzja, mentre Gagarin crede solo al profitto e al potere del denaro, e non esita a mescolarsi ai criminali di Seme Nero, la nuova mafia immune agli scrupoli morali. In una società arcaica in procinto di scomparire sotto l’urto della globalizzazione, l’attaccamento di Kolima agli insegnamenti ricevuti contiene in sé i germi della malinconia che si riserva alle cose perdute, mentre il cinico laicismo di Gagarin appare assai più adeguato al mondo che verrà. L’etica rigorosa e conservatrice dei “criminali onesti” è infatti destinata a svanire, a sfaldarsi in contemporanea con il crollo delle ideologie, dato che solo in presenza di un’ideologia dominante e condivisa è possibile elaborare delle norme antagoniste. Nel rapporto tra Kolima e Gagarin s’inserisce un terzo personaggio, quello di Xenja, la “voluta da Dio”, la quale diventerà suo malgrado l’elemento destinato a innescare il conflitto tra i due protagonisti. E qui Salvatores mostra una certa propensione all’epica, almeno sulla carta, perché in fin dei conti si tratta di un’epica azzoppata e con il fiato corto, azzerata da inquadrature sciatte e asfittiche, dal sapore più televisivo che cinematografico. Nelle intenzioni si aspira a David Lean o a Sergio Leone, citati dal regista in conferenza stampa,  ma poi ci si ritrova, senza colpo ferire, dalle parti di Alberto Negrin e Giacomo Battiato.
Questo non significa che in “Educazione Siberiana” sia tutto da buttar via. Salvatores indovina alcune sequenze suggestive, quali lo straripamento notturno del fiume, l’ingresso nella prigione o la scena fin troppo simbolica della giostra accompagnata dalle note di “Absolute Beginners”, che però si sente in dovere di vanificare con un ralenti che grida vendetta, così come rattrista per ovvietà l’insistita sequenza dei colombi in volo (sempre al ralenti), già bella e pronta per uno spot del Mulino Bianco (siberiano). Un’altra nota dolente è quella della scelta del protagonista, che soggiace alle consuete logiche edulcoranti del cinema italiano. Il marmoreo e impassibile Arnas Fedaravičius sembra reduce da una sfilata di moda più che dalle fatiscenti costruzioni sovietiche di Fiume Basso, un po’ come se Winding Refn avesse deciso di far interpretare la trilogia di “Pusher” a modelli di Dolce&Gabbana. A forza di smussare gli spigoli, insomma, si rischia di ritrovarsi al cospetto della piattezza assoluta, e a poco valgono gli sforzi di uno ieratico John Malkovich o della luminosa Eleanor Tomlinson. Tra l’altro il doppiaggio italiano, tranne che per Malkovich, lascia molto a desiderare e si rimane con la blanda curiosità di vedere il film nella versione originale. Dispiace che Salvatores abbia fallito, ma gli si rende onore al merito per il tentativo. E intanto ci si domanda oziosamente cosa avrebbe tirato fuori dal libro di Lilin un regista come il finlandese Antti Jokinen, che con il potentissimo e pluripremiato “Purge” (2012), ambientato nella Lituania prima sovietica e poi post sovietica, aveva frequentato territori consimili con ben altra urgenza e verosimiglianza.

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Voto: 5,5

Nicola Picchi