Le Streghe di Salem

23/04/2013

di Rob Zombie
con: Sheri Moon Zombie, Bruce Davison, Patricia Quinn, Dee Wallace, Judy Geeson, Ken Foree, Jeff Daniel Phillips

Heidi Hawthorne, una DJ di Salem, Massachusetts, riceve un LP di un misterioso gruppo che si fa chiamare “The Lords”. Dopo aver trasmesso il disco durante il suo programma radiofonico, alcune ascoltatrici entrano in stato di trance e la stessa Heidi inizia ad avere delle visioni in cui rivive il passato della cittadina. Mentre il confine tra realtà e allucinazione si fa sempre più labile, i “The Lords”, ormai ribattezzati “The Lords of Salem”, annunciano uno spettacolare concerto in città.
Dopo i due “Halloween”, in cui era costretto entro una  rigida struttura da rispettare, Rob Zombie torna con un progetto più personale, in cui poter riversare tutto il suo amore per il cinema dei gloriosi Seventies. “Le streghe di Salem” è solo l’ultimo tassello di una serie di film che potremmo definire “retrohorror”, variante cinematografica del retrogaming. Non è solo un omaggio al cinema di oltre un trentennio fa, ma insegue a tal punto il mimetismo da sembrare effettivamente girato negli anni ’70, disco in vinile compreso.
I processi alle streghe che sconvolsero Salem negli anni 1692-93 sono stati variamente interpretati nel corso degli anni, sia da un punto di vista antropologico che psicoanalitico, e persino reinterpretati come metafora del maccartismo nel memorabile “Il Crogiuolo” di Arthur Miller, che godette anche di due trasposizioni cinematografiche. Ovviamente a Rob Zombie interessa giocare pesante, ed è quindi attratto unicamente dal versante esoterico della vicenda; le sue streghe, orrende megere che sembrano vomitate da un’incisione di Albrecht Dürer, avrebbero provocato una scarica di endorfine nel Reverendo Cotton Mather, Puritano di lovecraftiana memoria, o, andando indietro nel tempo, nei probi domenicani che stilarono il “Malleus Maleficarum”. Come nella migliore tradizione, il fine ultimo della congrega è preparare la strada all’avvento dell’Anticristo, con buona pace della Wicca e dei contemporanei movimenti New Age, in tutt’altre faccende affaccendati.
Rob Zombie, da musicista metal (heavy o alternative poco importa), si nutre di un immaginario pseudosatanista tra Anton Szandor LaVey e l’Aleister Crowley rivisitato dal Kenneth Anger di “Lucifer Rising”, con l’obiettivo neanche tanto nascosto di scandalizzare i bigotti e gratificare il suo pubblico. Ha inoltre ben presenti alcuni riferimenti fondamentali, in primis il Roman Polanski di “Rosemary Baby” e “L’inquilino del terzo piano”, con una spruzzata di Ken Russell, da “I diavoli” a “Stati di allucinazione”, nelle sequenze dichiaratamente oniriche e un pizzico del Mario Bava di “La maschera del demonio”. Questo potrebbe far pensare a un cinema derivativo e ripiegato su se stesso, invece il regista ha talmente rimuginato tutte le suggestioni di cui si è nutrito da aver riproposto qualcosa di molto peculiare, come del resto era accaduto con “La casa dei 1000 corpi” e “La casa del Diavolo”, figli dell’accoppiamento degenere tra Sam Peckinpah e Tobe Hooper. Del resto l’intento riepilogativo è dichiarato esplicitamente, a partire dalla gigantografia che campeggia nell’appartamento di Heidi, ovvero un fotogramma de ”Le voyage dans la lune” di Mélies. Il primo vagito del cinema “fantastico”, che può essere assimilato a quello dell’obbrobriosa creatura partorita dalla protagonista, da cui tutto ha avuto origine e che perciò è lecito assumere come punto di partenza, assieme a tutto quello che ne è seguito. Rob Zombie, insomma, come un piccolo, scatenato “Hugo Cabret” dell’horror, che corre a perdifiato tra gli ingranaggi della macchina-cinema.

Le cupe atmosfere dell’autunnale cittadina di Salem rammentano un piccolo capolavoro “occulto” degli anni ’70, “Messiah of Evil” (1973) di Willard Huyck, mentre lo stabile in cui abita Heidi fa sembrare l’Overlook Hotel un ridente luogo di villeggiatura; le tre inquiline, tra cui si segnala la Patricia Quinn di “Rocky Horror Picture Show”, hanno la sinistra soavità dei coniugi Castevet, premurosi abitanti del Dakota Building, e si resta inoltre con il dubbio se il cognome della protagonista, Hawthorne, non voglia alludere a quel Nathaniel Hawthorne che ne “La casa dei sette abbaini” e in innumerevoli racconti cercò di venire a patti con il senso di colpa generato dai delitti dei padri e dall’oscuro passato del New England.
Non tutto funziona alla perfezione, dato che in un horror tutto d’atmosfera e sostanzialmente antinarrativo il subplot che vede protagonista Francis Matthias, uno studioso di storia locale, ha tutta l’imprevedibilità di un telefilm da seconda serata, mentre il finale appare a dir poco affrettato, forse per problemi di budget. Ma tra prelati sporcaccioni, epifanie demoniache e Sheri Moon Zombie che cavalca un capro con i dreadlocks al vento, c’è ancora spazio per un’ultima provocazione, accompagnata dalla ieratica voce di Nico che salmodia “All Tomorrow’s Parties”.
Sheri Moon Zombie non sarà un’attrice eccelsa, ma ha il fisico del ruolo sia come DJ in via di disintossicazione dalle droghe, che come vestale posseduta dalla musica sinistra e ipnotica di John 5 e Griffin Boice. E per i coniugi Zombie, ora e sempre, “Sympathy for the Devil”.

Voto: 6,5

Nicola Picchi