Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe

04/05/2013

di Tommy Wirkola
con: Jeremy Renner, Gemma Arterton, Famke Janssen, Pihla Viitala, Peter Stormare, Thomas Mann, Derek Mears

In una Germania medioevale contaminata da armi da fuoco e orologi da polso, i fratelli Hansel (Jeremy Renner, “The Hurt Locker”) e Gretel (Gemma Arterton, “Prince of Persia – Le sabbie del tempo”), dopo essere sopravvissuti da piccoli alla megera della rinomata fiaba che voleva farli arrosto, vagano di borgo in borgo a caccia di streghe, acquistando celebrità un’impresa dopo l’altra. Giunta ad Augsburg, la coppia trova pane per i suoi denti: la potentissima Muriel (Famke Janssen, “X-Men”) e le sue due compagne si apprestano a celebrare la Luna del Sangue con un sabba che consentirà a qualsiasi strega del mondo di diventare pressoché invincibile. Ma per portare a compimento il sacrificio è necessario un ultimo, importantissimo ingrediente…

Fiabe e racconti fantastici la stanno facendo da padroni sul grande schermo, in questi anni. Solo per i fratelli Grimm ne abbiamo già avuti tre: “La Principessa e il Ranocchio” (2009), “Cappuccetto Rosso Sangue” (2011), “Biancaneve e il cacciatore” (2012). Nel 2015 uscirà “Biancaneve e il cacciatore 2”. Non si può non aggiungere, poi, “I fratelli Grimm e l'incantevole strega” (2005) del grande Terry Gilliam. Per non parlare della nuova trilogia tolkieniana inaugurata pochi mesi fa da Peter Jackson con “Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato”. E “Alice in Wonderland” di Tim Burton (2010), dove lo mettiamo?

Burton. È proprio questo il nome che salta subito alla mente mentre si guarda “Hansel & Gretel”: perché è l’atmosfera gotica a dominare questo adattamento. Com'è giusto che sia: le fiabe dei fratelli Grimm sono gotiche (“Cappuccetto Rosso Sangue” e “Biancaneve e il cacciatore” costituiscono delle conferme a questo paradigma). E il nome di Tim Burton, da “Batman” (1989) in poi, è sinonimo di gotico. Dunque le streghe di “Hansel & Gretel”, almeno quelle cattive, sono tutte orrende (tranne Muriel, che riesce a camuffare il proprio aspetto), assomigliano agli orchi di Mordor della trilogia de “Il Signore degli Anelli”; al loro confronto, il troll Edward (Derek Mears) è praticamente umano.

Un’atmosfera gotica che viene stemperata, ma non dissacrata, dagli immancabili ironia, pragmatismo e citazionismo hollywoodiani ( “La maledizione della fame di cose che strisciano. Che maledizione del cazzo”, proiettili schivati in stile Matrix, “Al mio segnale scatena l’inferno”) e dalla contaminazione di anacronismi che strizzano l’occhiolino allo spettatore (la giacca di pelle di Hansel e i pantaloni di pelle di Gretel, componente essenziale del sex appeal del personaggio femminile), ma che soprattutto viene rinfrescata dall’innesto, forse non così originale come sembrerebbe di primo acchito ma sicuramente felice, di armi da fuoco avveniristiche (la machine gun del trailer) o altamente sofisticate (la balestra automatica di Gretel) e di combattimenti a metà strada tra il kung fu e il wuxiapian.

Le streghe che Hansel e Gretel si trovano a fronteggiare sono davvero toste, tutt’altro che facili da uccidere: darebbero del filo da torcere persino a Bruce Lee o a Chuck Norris. In effetti i combattimenti sono così dinamici da risultare spesso confusi e difficili da seguire, com’è ormai la prassi per molto cinema d’azione. E volano a cavallo di scopa a velocità incredibile: ottimo pretesto per mettere in scena un paio di spettacolari inseguimenti nella foresta. L’uso che viene fatto della magia è piuttosto spregiudicato, per niente occultato; un po’ alla Harry Potter e agli antipodi della concezione tolkieniana, tanto per capirsi. Le streghe di Wirkola sono pericolosissime di notte, ma ciò non significa che di giorno non possano agire. La luce diurna non le indebolisce di certo. E hanno una predilezione per lo splatter, come ce l’hanno del resto Hansel e Gretel: corpi che esplodono schizzando di sangue e interiora le pareti di un’intera taverna facendo la doccia agli astanti, teste che scoppiano come palloncini trafitti da un ago… Come non ricordare, con una punta di nostalgia, le “decapitazioni esplosive” di Doom & affini? Il cinema d’intrattenimento contemporaneo non può celare i suoi debiti nei confronti dell’universo videoludico.

Uno dei principali limiti del film secondo chi scrive sta nell’ambientazione monotematica, quasi claustrofobica, del topos fiabesco per eccellenza. Cosa c’è di sbagliato nel collocare una fiaba dei fratelli Grimm in una foresta? Assolutamente niente. Ma così facendo si è giocato fin troppo sul sicuro, preferendo non esplorare le possibilità di un’ambientazione alternativa o di più ambientazioni diverse, che avrebbero rappresentato un autentico valore aggiunto per la pellicola, consentendo inoltre allo spettatore di “respirare” più liberamente. Qualche suggerimento? Le montagne, la savana, la prateria, la steppa, il mare, la grande città, la macchia mediterranea... Eppure Wirkola, nel finale, lascia intendere che di un’idea del genere la sua mente sarebbe stata perfettamente capace. Così come, nella seconda scena del film, fa pregustare la visione di un western medioevale, salvo poi ricondurre la storia su binari più convenzionali. Nessuna scusante, dunque.

Wirkola ha certamente osato di più con “Kill Buljo: The Movie”, una parodia di Kill Bill, e con “Dead Snow”, un horror movie popolato di zombie nazisti. Sicuramente avrebbe potuto regalare agli spettatori di “Hansel & Gretel” una manciata di minuti in più di divertimento: il runtime è di appena 88  minuti, decisamente pochini per un film del genere. Se non altro è riuscito a caratterizzare Hansel “donandogli” una limitazione, diretta e logicissima conseguenza della sua traumatica esperienza infantile, cui probabilmente pochi di noi avrebbero pensato al posto suo. E ha plasmato una casetta di marzapane, dai contrasti violenti tra colori sgargianti dei dolci e putrida sordidezza della strega che vi abita, quasi all’altezza della visionarietà di Tim Burton.

In definitiva: è da andare a vedere, questo “Hansel & Gretel”? Gretel/Gemma Arterton è di un fascino magnetico, che per gli uomini amanti dell’avvenenza femminile può valere da solo il prezzo del biglietto: occhi dolci ma sguardo implacabile, lentiggini graziose, seno prosperoso. Rimarranno invece delusi i fan di Famke Janssen, di opaca e offuscata bellezza stregonesca: è l’ombra di se stessa, se paragonata alla prorompente Jean Grey degli X-Men. Tutti gli appassionati di action/horror/adventure dovrebbero farci un pensierino. Gli altri potranno vivere bene anche senza, magari pazientando fino all’uscita in dvd o in tv.

Curiosità: in realtà l’ortografia corretta vorrebbe la dieresi sulla “a”: “Hänsel”, non “Hansel”. Per ovvi motivi pratici si è preferito ometterla.

Voto: 6,5

Giulio Brillarelli