La Casa

07/05/2013

di Fede Alvarez
con: Jane Levy, Shiloh Fernandez, Lou Taylor Pucci, Jessica Lucas, Elizabeth Blackmore

Rischioso richiamarsi alla madre di ogni “Cabin in the Woods” dell’universo cinematografico, “La Casa” di Sam Raimi, dopo il film di Whedon e Goddard che sezionava con divertita ilarità i meccanismi del genere. Eppure per l’uruguayano Fede Alvarez è come se nulla fosse accaduto, e si getta a testa bassa in un “reboot” che è soprattutto un esercizio di necrocinema, ovvero il tentativo di rianimare una celebrata salma di un trentennio fa. Con la benedizione di Bruce Campbell e della “Ghost House” di  Sam Raimi, la quale non è certo sinonimo di qualità, Alvarez si muove con la grazia di un Herbert West, assemblando pezzi di cadavere (filmico) prelevati dai primi due tasselli della trilogia e strizzando l’occhio ai fan di lungo corso.
Quando Mia entra in scena, la vediamo seduta sulla carcassa di una Oldsmobile Delta 88, l’auto guidata da Ash nel film capostipite, e non mancano la t-shirt Michigan State, la collana e fugaci inquadrature di orologi e doppiette. Naturalmente, possiamo anche contare sulla motosega e sull’immancabile soggettiva del demone. Il tono, però, è completamente differente. La sceneggiatura di Alvarez e Rodo Sayagues, mortalmente seriosa, si picca di dare ai personaggi uno spessore non richiesto, adducendo una motivazione che potrebbe anche essere credibile se sviluppata in modo adeguato.
Accade infatti che il fine della permanenza nella bucolica capanna sia quello di aiutare Mia a disintossicarsi dall’eroina. Sotto l’occhio vigile del fratello David, della sua fidanzata Natalie, dell’amico Eric e dell’infermiera Olivia, Mia fa un solenne giuramento, gettando nel pozzo l’ultima dose. Il problema è che la crisi d’astinenza è sempre dietro l’angolo ed è difficile mantenere a lungo la determinazione iniziale, soprattutto se nel frattempo si viene posseduti da un demone uscito dall’inferno. Eric, l’intellettuale del gruppo, trova in cantina il Libro dei Morti e legge la formula d’evocazione. Il grimorio in questione stavolta lascia in pace i Sumeri, ma più che a un trattato di demonologia assomiglia a un manuale di autoapprendimento, con illustrazioni che spiegano con pedanteria ogni passaggio a beneficio di evocatori (e spettatori) scarsi di comprendonio. Compie però il suo lavoro con una certa efficacia: innescare la sanguinolenta mattanza a venire.
Archiviati i puerili psicodrammi tra Mia e David a causa della mamma defunta, lasciato cadere il pretesto della disintossicazione della protagonista, Alvarez si scatena in un’orgia di Grand Guignol che non teme rivali tra gli horror dell’ultimo anno. Ma una sparachiodi che rispetta il ben noto assioma di Cechov, le ripetute automutilazioni e una biblica pioggia di sangue non sono sufficienti a elevare “La Casa” dalla mediocrità. Lo splatter è abbondante ma inoffensivo, e basti confrontare le due sequenze dello stupro di Mia, le Metamorfosi di Ovidio nel Tennessee, per rendersi conto di quanto Alvarez eviti il dettaglio disturbante in favore di una generica truculenza. Si cerca di sopperire alla mancanza di suspense incrementando i litri di sangue a disposizione ma, come avrebbe detto Godard, “Non è sangue. E’ rosso”. Nessuna ferita fa male davvero, e al massimo ci si ritrova ad ammirare l’ottimo livello degli effetti speciali prostetici (niente CGI) di Roger Murray.
La responsabilità non è tanto da attribuire al regista, che svolge il suo lavoro con indiscutibile professionalità, quanto a una sceneggiatura ormai irricevibile, peggiorata da dialoghi tra cui spiccano alcune chicche da Esercito della Salvezza, che lasciamo il compito di scovare allo spettatore di buona volontà. Il coinvolgimento di Diablo Cody, inizialmente reclutata come sceneggiatrice e poi estromessa dal film quando ci si è resi conto che i suoi dialoghi avevano un’impronta troppo personale, la dice lunga sull’obiettivo prefissato: produrre un remake il più anonimo possibile calcando il pedale dello splatter, e poi passare all’incasso. L’aggiunta di un prologo esplicativo lascia infatti il tempo che trova, così come lo “sdoppiamento” del personaggio di Ash,  le cui spoglie virtuali vengono equamente distribuite tra David e Mia.
Uniche note positive gli effetti speciali di cui sopra, la plumbea fotografia di Aaron Morton e Lou Taylor Pucci, che nel ruolo di Eric viene ridotto a un puntaspilli ambulante. Quest’ennesima “perla” della Ghost House potrà soddisfare l’ignaro spettatore, ma rischia di far seriamente imbestialire qualsiasi estimatore della trilogia originale. Stavolta, ahimè, il reparto ferramenta di Ash ha chiuso davvero.

Voto: 6

Nicola Picchi