Il Grande Gatsby

19/05/2013

di Baz Luhrmann
con: Tobey Maguire, Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Elizabeth Debicki, Isla Fisher

Nick (Tobey Maguire), alcolizzato ricoverato in un istituto psichiatrico, parla al proprio dottore del disprezzo verso tutto e tutti che l’ha spinto a lasciare New York. Disprezzo da cui si è salvato un solo uomo: Jay Gatsby (Leonardo DiCaprio). Invitato a buttar giù sulla carta i propri ricordi per trarne sollievo, Nick inizia a scrivere la storia dell’estate 1922 in cui conobbe Gatsby, suo vicino di casa a Long Island. Nell’era del proibizionismo, che “non aveva fatto altro che rendere gli alcolici più a buon mercato”, del jazz e dello sfrenato ottimismo di Wall Street, Nick abbandona i sogni di gloria letterari coltivati a Yale per diventare un agente di Borsa. Un giorno, in visita dalla bellissima cugina Daisy (Carey Mulligan), Nick ritrova Tom (Joel Edgerton), marito della donna e suo vecchio compagno di università, e fa la conoscenza della celebre golfista Jordan Baker (Elizabeth Debicki). Ben presto Nick scopre che Tom è un marito infedele: riceve telefonate dalla sua amante, Myrtle (Isla Fisher), addirittura a cena, addolorando Daisy. Coinvolto da Tom in un’orgia a casa di Myrtle, Nick si lascia andare ed entra appieno nell’atmosfera e nello stile di vita di New York, ma rimanendone al contempo un osservatore esterno. Qualche giorno dopo riceve un invito personale da Gatsby a una delle sontuose feste che il miliardario tiene regolarmente; fatto piuttosto singolare, visto che da Gatsby tutti arrivano senza mai essere invitati…

Molto fedele al romanzo, la nuova colossale opera di Luhrmann riprende pari pari alcune battute e frasi dal romanzo di Francis Scott Fitzgerald, come già era accaduto in “Romeo + Giulietta” (1996), fedelissima trasposizione del testo teatrale shakespeariano in cui erano solo l’ambientazione e l’epoca storica a mutare. Ciò sicuramente non basterà ad accontentare chi è abituato a recitare, anche aprioristicamente, la collaudatissima litania: “Ma il libro è meglio del film”. Questione annosa, che in realtà si potrebbe risolvere con una semplice riflessione: romanzo e film non vanno considerati come contrapposti o alternativi, ma complementari; il romanzo è più ricco di dettagli, non visivi ma “immaginativi” e “mentali”, il film è più incisivo e immediato (bastano due ore per vederlo, mentre per leggere il libro occorrono alcuni giorni). Detto ciò, si potrebbe notare, ad esempio, come nel romanzo de “Il grande Gatsby” sembri più esplicita l’attrazione che Daisy esercita su Nick, o che perlomeno lei vorrebbe esercitare su di lui: “Mi rivolsi di nuovo a mia cugina, che incominciò a farmi domande con quella sua voce bassa e conturbante. Era il tipo di voce che l’orecchio segue in tutte le modulazioni come se ogni parola fosse un raggruppamento di note che non verrà mai più ripetuto. Il viso di lei era triste e bello, pieno di cose splendenti: occhi splendenti e una splendente bocca piena di ardore; la voce aveva una vitalità che gli uomini che l’avevano amata trovavano difficile dimenticare: era un invito modulato, un «Ascoltami» bisbigliato, che prometteva per l’ora seguente cose gaie e interessanti come quelle vissute un minuto prima”. Ma si potrebbe anche sottolineare come nella traduzione di un mostro sacro come Fernanda Pivano sembri far capolino un errore piuttosto grossolano: nell’edizione italiana del romanzo Tom gioca a “calcio” (traduzione dell’originale “football”), mentre (più logicamente) nel film sembra trattarsi di “football americano”, visto il pallone ovale che impugna Tom all’arrivo di Nick nella sua residenza. Anzi, ci si spinga pure oltre: il film è MEGLIO del romanzo, almeno nella misura in cui inserisce la rievocazione di Nick nel contesto di una scrittura terapeutica suggeritagli dallo psichiatra che lo ha in cura per problemi di alcolismo. Nel romanzo di Fitzgerald Nick non fa altro che raccontare la storia di Gatsby, mentre nel film di Luhrmann si tratta di una storia dentro la storia. Il personaggio di Nick acquisisce in questo modo uno spessore maggiore, perché portando a termine il romanzo su Gatsby non solo guarisce, ma riesce anche a inaugurare il sogno letterario che aveva coltivato all’università, sogno poi accantonato a favore del più prosaico mestiere di venditore di obbligazioni a Wall Street.

Gatsby, nella prima parte della storia, è l'uomo del mistero, l’uomo di cui tutti parlano e che nessuno, forse, ha nemmeno mai incontrato. È davvero un eroe di guerra? Ha veramente studiato a Oxford? Ha sul serio ucciso un uomo? Da dove vengono tutti i suoi soldi? Chi è veramente? Qual è la verità sul suo conto? È questo il motore narrativo della prima parte del film, l’assenza del protagonista che pesa più di cento presenze (un po’ come per il Keyser Söze de “I soliti sospetti”), un’assenza resa chiassosa e assordante dalle feste sfrenate che si tengono presso il suo castello. Un’assenza resa possibile, e plausibile, dall’adozione di un punto di vista particolare, la prima persona del comprimario Nick. Sarebbe stata la stessa cosa ricorrere a un punto di vista esterno, a un narratore onnisciente? Certamente no. È grazie alla prima persona di Nick che emerge fino in fondo il rapporto tra i due uomini, la celebrazione dell’amicizia uomo-uomo, anche se non si tratta di un rapporto d’amicizia convenzionale, ma piuttosto di ammirazione da parte di Nick nei confronti di Gatsby.

Quando viene allo scoperto, Gatsby si rivela essere uomo di immense speranza e sensibilità; ed è proprio per questo che Nick lo ammira: “Era come uno di quegli aggeggi che avvertono i terremoti a diecimila miglia di distanza”, spiega all’inizio del film al proprio psichiatra. Gatsby crede ciecamente nell’amore, si sente sposato a Daisy fin dal momento in cui la bacia per la prima volta. Ammonisce Nick che cerca di aprirgli gli occhi: “Hai torto, vecchio mio. Si può rivivere il passato”. Il faro verde che dal pontile della residenza di Tom e Daisy ammicca nella notte attraverso la baia fino allo sguardo di Gatsby è l’emblema di questa speranza, è uno degli “oggetti incantati” di Gatsby, come lo definisce Nick. Ma Gatsby è anche un uomo che si è fatto da sé, coerentemente con il grande sogno americano: ha persino scelto il proprio nome, si è battezzato da solo (l’atto del nominare, dal libro della Genesi in poi, determina il dominio sulla creatura o sulla cosa a cui si dà il nome). Gatsby, infine, è un uomo che, coerentemente con la sua assenza alle feste che dà e in maniera direttamente proporzionale alla loro sontuosità, si sente vuoto, si sente nessuno: è la solitudine in mezzo alla folla, da cui solo l’amore di Daisy potrebbe riscattarlo. Non poche sono le analogie con l’Howard Hughes di “The Aviator”, interpretato nel 2004 dallo stesso  DiCaprio.

Daisy, che all’inizio sembra corrispondere all’ideale di donna perfetta a cui Gatsby crede ciecamente, in realtà è combattuta tra Gatsby e Tom, e alla fine si rivela “noncurante” (come Tom) e tutt’altro che angelica. Del resto, durante la Guerra non aveva scelto Gatsby perché era “povero in canna”: bisogna tener presente che la vicenda è ambientata in un contesto socioeconomico ben preciso, non potrebbe essere facilmente trasposta in ceti bassi; ma bisogna soprattutto tener presente che il giudizio espresso da Fitzgerald sul proprio personaggio femminile non è affatto lusinghiero.

Con la sfarzosità di costumi e scenografie da “caravanserraglio”, e con una colonna sonora incalzante che frulla insieme charleston, foxtrot, musica classica, musica house e la “Raspodia in blu” di Gershwin, Baz Luhrmann torna ai fasti di “Moulin Rouge!”, facendoci dimenticare l’imbarazzante esperienza di “Australia”. Ammalianti le brevi sequenze quasi in bianco e nero di New York che simulano materiale filmografico d’epoca, estremamente realistiche; qualche ingenua rapidità di montaggio da parte di Jason Ballantine, Jonathan Redmond e Matt Villa. Leonardo DiCaprio non è affatto male, ma è lontano dall’eccezionalità di Monsieur Candie in “Django Unchained” (una vetta che sarà difficile eguagliare o superare in futuro). Tobey Maguire sfoggia la sua abitudinaria espressione perennemente gioiosa-inebetita da teletubby, ma almeno qui non ha la responsabilità di incarnare un personaggio “pesante” come Spider-Man.

Curiosità: scarpe e abiti da sera del film sono made in Italy, realizzati da Prada e Miu Miu.

Voto: 7,5

Giulio Brillarelli