Solo Dio perdona

29/05/2013

di Nicolas Winding Refn
con: Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Vithaya Pansringarm, Tom Burke, Byron Gibson

Julian e suo fratello Billy gestiscono una palestra di Muay Thai a Bangkok, come copertura per le attività criminali della famiglia. Colpevole dell’omicidio di una prostituta minorenne, Billy verrà ucciso a sua volta dal padre della ragazza, innescando una catena di  sanguinarie ritorsioni.
L’affermazione più nota di Nicolas Winding Refn, “Art is an act of violence”, andrebbe parafrasata con urgenza dopo la visione di “Solo Dio perdona”: “Violence, is an act of Art?” Il regista danese sembra esserne convinto, e mette in scena il suo personalissimo Edipo a Bangkok, un silente Ryan Gosling, in una Thailandia da girone infernale, bagnata dai toni scarlatti delle luci fluorescenti dei neon e intrisa nel rosso carminio del sangue. Nobilitare frattaglie exploitation, che si tratti di spaghetti western o di film asiatici di serie B, attraverso l’Atanor dello stile non è un’operazione alla portata di tutti, soprattutto con un rischioso sottotesto da tragedia greca. Eppure il film, ennesima odissea allucinata ed estraniante nello spazio interno, è assai più riuscito di quel fumoso vaniloquio che era “Valhalla Rising”, anche se forse deluderà gli estimatori dell’accattivante “Drive”.
La trama, un Sofocle in versione pulp, è naturalmente solo un pretesto per aggiungere un nuovo tassello alla privatissima mitologia di Winding Refn, un nuovo personaggio/simbolo liminare, al confine tra il mondo fisico e quello spirituale, alla stregua del risorto Mads Mikkelsen/One-Eye o dello stesso Ryan Gosling nel film precedente. Il poliziotto Chang è un Dio vendicativo che pratica una “lex talionis” (in senso letterale) veterotestamentaria di matrice protestante, in barba al buddhismo professato in Thailandia. Un Dio che punisce con imparzialità, soprattutto chi “non ha occhi per vedere, né orecchie per sentire”, secondo il proprio inflessibile concetto di giustizia, risalente alla legge mosaica. Un Dio che, forse, rappresenta la risposta alla spasmodica ricerca di Julian. Questi, che ha ucciso il padre prima di rifugiarsi a Bangkok, è un uomo con il disperato bisogno di credere in qualcosa, afflitto da un confuso desiderio d’espiazione. Il silenzioso beneplacito dell’onnipotente Chang alla vendetta del padre della ragazza assassinata, assenso che, si noti bene, non dispensa dall’inevitabile punizione, avrà come conseguenza l’arrivo in città di Crystal, griffatissima Mater Terribilis in stile Donatella Versace (NWR dixit). Affetto da un feroce complesso di Edipo, Julian si ritrova passivo e impotente davanti alle attenzioni dell’amante-prostituta Mai. Incapace di rispondere alle aspettative materne, viene inoltre costantemente umiliato dalla madre per la sua codardia e per non essere all’altezza del primogenito scomparso, dimensioni dei genitali compresi. Costretto ad assecondare la voglia di rivalsa di Crystal, Julian si troverà suo malgrado coinvolto in una catena di vendette efferrate. Ma è possibile battersi con Dio e uscirne vincitori? La risposta è evidentemente negativa, ma prima di subite un’evirazione simbolica come il suo illustre predecessore, ci sarà ancora il tempo per immergersi nelle carni materne, per un terminale ritorno nell’utero.
Se in “Bronson”, a tutt’oggi uno dei suoi lavori più riusciti insieme alla trilogia di “Pusher”, Winding Refn aveva ufficiosamente eletto Derek Jarman a suo nume tutelare, questa volta dedica il film a Jodorowsky, Ma si tratta più di un attestato di stima che di un riconoscimento di effettiva filiazione. Altrettanto vacuo sarebbe snocciolare sequele di presunti referenti, molesta deformazione professionale della critica. “Solo Dio perdona” ricorre a una struttura da B-Movie, che poi sgretola in mille pezzi distanziandosene con gelo siderale, nello stile ormai inconfondibile del regista danese. Il risultato è uno sfaccettato caleidoscopio che tende all’onirismo e all’astrazione, in primis attraverso il raffreddamento della temperatura emozionale. Le emozioni dei protagonisti rimangono imbozzolate nel ghiaccio ma sordamente pulsanti, alla pari del tappeto elettronico della colonna sonora di Cliff Martinez. E’, insomma, inconfondibilmente Nicolas Winding Refn, dai lentissimi movimenti della macchina da presa che esplora gli istoriati corridoi del club di Julian, le cui circonvoluzioni sono affini a quelle del cervello umano, alle spiazzanti, rarefatte sequenze del karaoke di Chang. E se il film è più doloroso, contratto e meno esibizionistico di “Drive”, resta comunque un risultato invidiabile.
Costretto entro i limiti di un personaggio imploso e impotente, Ryan Gosling riesce a fare miracoli, mentre è una vera sorpresa vedere Kristin Scott Thomas alle prese con un personaggio così al di fuori dei suoi canoni abituali. Meno convincente la prova di Vithaya Pansringarm nel ruolo di Chang, a meno che la sua composta impassibilità non voglia mimare quella delle maschere propiziatorie thailandesi. E non date credito a chi vi racconta che “Solo Dio perdona” è eccessivamente violento. Sarà certamente uno spettatore del MOIGE.

Voto: 7

Nicola Picchi