Stoker

19/06/2013

di Park Chan-wook
con: Mia Wasikowska, Nicole Kidman, Matthew Goode, Jacki Weaver, Dermot Mulroney, Phyllis Somerville, Alden Ehrenreich, Lucas Till, Ralph Brown

Affidare a Park Chan-wook la regia di “Stoker” è un po’ come far partecipare Roger Federer al torneo di tennis della scuola. Considerando che a Kim Jee-woon è andata anche peggio con “The Last Stand”, si immagina che sia lo scotto da pagare per il debutto nelle produzioni americane, e toccherà contenersi nelle lamentazioni. E’ anche la dimostrazione di come un regista degno di questo nome riesca ad aggirare una sceneggiatura irrilevante trasformandola in cinema puro, e quindi della relativa importanza della medesima. Del resto, come avvertiva De Andrè, “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.”
Se il titolo evoca gratuitamente il padre di “Dracula”, tanto per stabilire un’atmosfera, lo script di Wentworth Miller, attore della serie televisiva “Prison Break”, è sostanzialmente una rimasticatura de “L’ombra del dubbio” di Sir Alfred Hitchcock. Una riscrittura che non conserva però un solo grammo dell’ambiguità del modello di riferimento, nè, naturalmente, può giovarsi dell’interpretazione dell’impareggiabile Joseph Cotten, il cui zio Charlie, mellifluo e minaccioso allo stesso tempo, non teme certo il confronto con il Charlie di Matthew Goode, attore affettato e incline ai manierismi. Ma la macchina da presa di Park si muove con grazia felina tra gli spazi bianchi della pagina, inseguendo una punteggiatura visiva differente da quella evocata da una scrittura convenzionale, sconvolgendone radicalmente la sintassi. E così, una sceneggiatura idonea per una produzione “straight to video” diventa nelle mani del regista una sontuosa favola gotica con qualche bordata di humour nero, dominata da una sensazionale Mia Wasikowska.
Nel mettere in posa il suo gruppo di famiglia in un inferno, Park Chan-wook non si sottrae alle suggestioni del Gotico Sudista, né rinuncia a giocare a suo modo con elementi classicamente hitchcockiani, dalle chiavi che aprono misteriosi cofanetti agli uccelli impagliati. India Stoker, Mercoledì Addams con l’erotismo atemporale di un’adolescente di Balthus, è affetta da aptofobia, ovvero la repulsione ad ogni tipo di contatto fisico. Dopo la morte del padre si dedica a morbose letture di stampo vittoriano, ma soprattutto è in uno stato di sospensione, in attesa di qualcosa che non riesce a definire con precisione. La madre, Evelyn, langue in una camera-serra alla Tennessee Williams, soffocante di vegetazione e sensualità repressa. L’arrivo dello zio Charlie, seduttivo giramondo con guardaroba alla Cary Grant, funzionerà da detonatore per entrambe, ma in modi diversi. Se ne “L’ombra del dubbio” quella tra lo zio Charlie e la nipote interpretata da Teresa Wright era in fondo una singolare storia d’amore, qui si aggiunge un elemento inedito all’innegabile tensione erotica che circola in casa Stoker. Il ruolo di Charlie è essenzialmente maieutico, la sua funzione è quella di aiutare India a comprendere ciò che è veramente, e non solo quella di accompagnarla nella scoperta della sua sessualità. Farla “nascere” alla sua vita adulta, come sottolineato dalla ricorrente inquadratura dell’uovo, che Charlie si appresta simbolicamente a covare.
Park lo racconta con folgoranti metafore visive quali l’idea delle scarpe, che rimandano con vezzo autoriale al finale di “Thirst”, donate da Charlie a India in occasione del suo compleanno. Scarpe bicolore di foggia maschile, sempre uguali, che diventeranno scarpe femminili quando la ragazza scoprirà la verità sui trascorsi dello zio e Charlie nutrirà l’illusione di aver trovato la sua controparte, uno specchio in cui riflettersi. Una specularità precedentemente evidenziata con dei contrappunti non solo narrativi (entrambi rifuggono dal contatto fisico) ma anche visivi, dove però si possono rintracciare lievissime discordanze. India, sdraiata sul letto, compie dei movimenti analoghi a quelli del piccolo Charlie in un flashback rivelatore, ma i suoi sono perfettamente sincronizzati con il ritmo di un metronomo, quelli di Charlie disarmonici e scomposti. Questa inavvertibile differenza indica che, pur nella sostanziale affinità, India e Charlie non sono del tutto identici, e che cacciatore e preda, continuamente evocati nelle cruente immagini trasmesse dalla televisione e nel flashback della ragazza con il padre, sono forse destinati a prendere l’uno il posto dell’altra.
Selvaggia sonata a quattro mani (duetti di Philip Glass) sul consueto, inestricabile viluppo di eros e morte, che trova il suo estatico compimento in un orgasmo sotto la doccia, “Stoker” è un’opera interlocutoria all’interno della filmografia di Park Chan-wook. Pur funzionando magnificamente grazie al talento del regista, conserva tutte le limitazioni di un lavoro su commissione, e sarebbe arduo e anche inutile sforzarsi di individuare collegamenti e linee tematiche con i suoi film precedenti. Occorre allora ridurre le aspettative e apprezzare come merita l’eccellente interpretazione di Mia Wasikowska (Alice in Wonderland, Jane Eyre), che riesce a eclissare con la sua conturbante naturalezza persino un’energica Nicole Kidman. Da segnalare anche una breve ma incisiva apparizione di Jacki Weaver (la terribile matriarca di “Animal Kingdom”) nel ruolo della zia Gin, e una fulminea comparsata di Harmony Korine.
Comparto tecnico di prima classe, dalla smagliante fotografia di Chung Chung-hoon, abituale collaboratore di Park, alla scenografia “burtoniana” di Thérèse DePrez, che costruisce un ambiente fuori dal tempo giocando magistralmente su colori e simmetrie, fino ai costumi di Kurt Swanson e Bart Mueller, i quali si sono appunto ispirati alle tele di Balthus. Per quanto riguarda un film di Park Chan-wook, invece, bisognerà attendere la prossima volta.

Voto: 7

Nicola Picchi