The Grandmaster

18/09/2013

di Wong Kar-wai
con: Tony Leung Chiu-wai, Zhang Ziyi, Chang Chen, Zhang Jin, Song Hye-kyo, Wang Qingxiang, Cung Le, Lo Hoi-pang, Liu Xun, Leung Siu Lung, Julian Cheung Chi-lam

Sui biblici tempi di lavorazione di “The Grandmaster”, si è ironizzato persino nelle commedie hongkonghesi: oltre dieci anni di gestazione e cinque di lavorazione, trascorsi tra riprese interminabili e rimontaggi. Partendo da un montaggio iniziale di quattro ore, Wong ha ridotto il film a 130 minuti, versione uscita nelle sale cinesi, per poi togliere altri 15 minuti e sostituire alcune sequenze nella versione presentata al Festival internazionale del Cinema di Berlino. A scanso di equivoci, il film non è un biopic su Ye Wen, in cantonese Ip Man, maestro di Wing Chun e insegnante di arti marziali di Bruce Lee. A questo, infatti, aveva già provveduto Wilson Yip con i due film, di acceso nazionalismo, che vedevano protagonista Donnie Yen, per tacere del prequel apocrifo perpetrato dal solito Herman Yau e del terzo film della serie con Anthony Wong.

A quasi vent’anni dal dedalo borgesiano di “Ashes of Time” (1994), sublime costruzione intellettuale sorta sulle ceneri (appunto) del romanzo di Jin Yong, Wong Kar-wai indaga valori, etica e filosofia del “wu lin”, il mondo delle arti marziali, e non sorprende che Ip Man, in giacca e cravatta nella Hong Kong degli anni ’50, rammenti da vicino Chow Mo-wan, lo scrittore di romanzi wuxia di “In the Mood for Love”. Tre sono i livelli di eccellenza a cui può aspirare un maestro di arti marziali, come spiega il vecchio Gong Yutian, i quali corrispondono a tre livelli di crescita individuale, sintetizzati nella massima: “Guarda te stesso. Guarda il mondo. Guarda l’umanità”. Tre sono gli stili di wushu dei maestri: il Wing Chun di Ip Man, il Baguazhang di Gong Er, il Bajiquan di Yi Xian-tian, il personaggio interpretato da Chang Chen, talmente sacrificato in fase di montaggio da rendere le sequenze che lo vedono protagonista pressoché incomprensibili. Un tale connubio di arti marziali e filosofia non si vedeva sullo schermo dai tempi di “A Touch of Zen” (1971), il capolavoro di King Hu, e i dialoghi estremamente letterari di Xu Haofeng e Zou Jingzhi danno la misura del grado di consapevolezza che sottintende all’intera operazione.

Ma soprattutto “The Grandmaster”, alla maniera ellittica ed estetizzante di Wong Kar-wai è un labirinto di rifrazioni che elidono scientemente qualsiasi costruzione narrativa, per affrontare i temi cari al maestro hongkonghese: l’azione nefasta del trascorrere del tempo sugli uomini e sui sentimenti, gli amori irrealizzati, la melanconia, la perdita, l’oblio. Wong alla ricerca del tempo perduto, un tempo sognato e/o immaginato ma per questo più vivido nel ricordo, all’ombra della fanciull(a) in fiore, la luminosa Zhang Ziyi, la quale s’impone come la vera protagonista di “The Grandmaster”. Ip Man e Gong Er, “In the Mood for Love”, si affrontano in una sfida intrisa di sensualità repressa al Padiglione d’Oro, si sfiorano, si perdono, vengono separati dal tempo e dalla Storia, si incontrano di nuovo per sancire il definitivo distacco, e alla fine non rimarrà che una ciocca di capelli arsa dalle fiamme, un sogno oppiaceo accompagnato dalle note di “C’era una volta in America”, perché non è detto che l’ultimo a restare in piedi sia anche il vincitore.

Ritorna la stasi che imprigiona i protagonisti di Wong, l’azione implacabile del tempo che congela Ip Man in ricorrenti istantanee, racchiudendolo nello spazio claustrofobico circoscritto dai bordi taglienti di una fotografia. Ip Man è già uno spettro in senso barthesiano, le fotografie di gruppo un “ritorno del morto”. Anche le mosse armoniose del Wing Chun rappresentano un falso movimento, infrangendo solo apparentemente tempo e spazio. Quello tra Ip Man e Gong Yutian è uno scontro di filosofie tutto interiore, quello tra Ip Man e Gong Er un corteggiamento ritualizzato, quello tra Gong Er e Ma San, responsabile della morte del padre e collaborazionista, un’allucinazione onirica durante la quale il tempo smarrisce le sue coordinate, in una stazione che sembra sorgere alle pendici del Feng Du, il reame dei morti, tra sbuffi di vapore e treni fantasmatici. Nelle inquadrature successive all’incontro con Gong Er, Ip Man  è invariabilmente sdoppiato/scisso/riflesso. Pur mantenendo un rapporto epistolare con la donna, è frenato dagli obblighi familiari, gli stessi obblighi che Gong Er sceglie di infrangere quando rinuncia al matrimonio, come vorrebbero gli anziani del suo clan, per inseguire la vendetta contro Ma San.

Nel cinema contemporaneo solo Wong Kar-wai è in grado di tessere immagini così abbacinanti, quali il tableau vivant “lirico” al Padiglione d’Oro o il funerale in Manciuria, di un estetismo che non è mai fine a se stesso, ma intimamente necessario. Se Feng Xiaogang per descrivere l’invasione nipponica ha bisogno di mostrare colonne di profughi mitragliati dai caccia giapponesi, a Wong è sufficiente inquadrare un “Hinomaru” fuori fuoco, una mano insanguinata che affonda in una pelliccia, un riflesso in una pozzanghera. L’acqua è l’elemento principe di “The Grandmaster”, in particolare nelle sequenze più spettacolari. Una pioggia scrosciante si abbatte sui combattenti, appena intuiti in un parossismo di close-up, campi lunghi e sequenze in slow motion, perché la memoria, la storia individuale e quella collettiva sono destinate all’impermanenza, allo stesso modo di un’increspatura sulla superficie dell’acqua.

Tony Leung, tutto rassegnato stoicismo e sorriso onnisciente, è un’icona in Panama bianco, ma la sorprendente Zhang Ziyi è l’autentica forza propulsiva del film, anche perché è l’unica a manifestare le emozioni che la attraversano, mentre Tony Leung è condannato dal personaggio a un autocontrollo che rasenta l’impassibilità. Inutile dire che il comparto tecnico è a livelli d’eccellenza, dalla sontuosa fotografia di Philippe Le Sourd alle maestose coreografie di Yuen Woo-ping (che interpreta il maestro del piccolo Ip Man), fino alle scenografie barocche di William Chang, che delineano una Cina ai limiti dell’astrazione, e alla malinconica colonna sonora di Umebayashi Shigeru, che mescola Morricone e canzoni cantonesi.

La versione italiana è quella di 123 minuti presentata a Berlino, e presenta alcune varianti di montaggio rispetto all’edizione cinese. Tra le scene tagliate, alcune sequenze con Ip Man e Gong Er, l’incontro tra Ip Man e Jiang a Hong Kong e la scena, importantissima, in cui Jiang consegna a Ip Man la scatola con le ceneri dei capelli di Gong Er, che quest’ultima gli ha lasciato in suo ricordo. Tra le aggiunte, un flashback nel quale la piccola Gong Er si allena col padre e, a beneficio dell’occidentale beota, alcune scene che ci rammentano che Ip Man fu il maestro di Bruce Lee. Stendiamo invece un velo pietoso sull’anodino doppiaggio italiano e sul raffazzonato montaggio di scene d’azione piazzate dopo i titoli di coda, con il protagonista che ammicca allo spettatore, neanche fossimo in un film con Jackie Chan. Inutile dire che queste manipolazioni, che comprendono lo slittamento di intere sequenze, danneggiano gravemente il ritmo e l’atmosfera del film, che può essere apprezzato pienamente solo nell’edizione originale. E a questo punto non resta che augurarsi che Wong Kar-wai prenda in considerazione l’ipotesi di un “The Grandmaster Redux”, magari portato a termine in tempi più ragionevoli.

Voto: 8

Nicola Picchi