Sacro Gra

19/09/2013

di Gianfranco Rosi
con: Documentario

<<Proviamo a pensare a cosa succederebbe se Alice rincorresse il bianconiglio sul raccordo. Il Gra è una barriera di cemento che simboleggia lo specchio di Alice, ed è proprio dietro quello specchio che si nasconde il suo viaggio nel “Paese delle meraviglie”>>. Con questo paragone molto suggestivo, Francesco, il “palmologo” ci riassume molto poeticamente l’essenza di “Sacro Gra”, film documentario premiato con il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia.
Il Gra, con i suoi 68 chilometri la più grande autostrada urbana d’Italia, è ciò che si è soliti definire un non-luogo, teatro del passaggio di due milioni e mezzo di persone che, ogni giorno, la percorrono con noncuranza, senza badare alle mille storie che si celano dietro ogni uscita. Gianfranco Rosi va oltre quella distrazione e quella fretta per addentrarsi nella realtà di una Roma periurbana, comica e malinconica ma soprattutto vera; una realtà che molti hanno paragonato, per contrasto, a quella della Roma artefatta e patinata descritta da Sorrentino ne “La grande bellezza”. 
Il raccordo, che fino a qualche decennio fa abbracciava Roma come un “anello di Saturno” –per dirla alla Fellini-, ne è stato gradualmente inglobato ed è diventato una sorta di confine fra la Roma del Colosseo, di Trastevere e Piazza di Spagna che siamo soliti vedere al cinema e la Roma marginale del “Sacro Gra”, all’apparenza più squallida e dimessa, ma in sostanza più dignitosa e realistica. In questa realtà troviamo  il principe Filippo e la sua consorte Xsenia, il palmologo con la sua incessante lotta al punteruolo rosso, il barelliere Roberto, Cesare l’anguillaro, talmente restio ad allontanarsi dal suo amato Tevere da rifiutare di percorrere il tappeto rosso a Venezia.
 La sfida per la realizzazione di questo documentario, racconta Rosi, è stata proprio estrapolare personaggi con una fortissima personalità utilizzando come filo di “raccordo” un luogo che, per definizione, è privo di identità. Superato questo primo livello, ora la vera prova è portare il pubblico ad apprezzare un genere quasi completamente nuovo sugli schermi cinematografici, quello del documentario . Che poi, vero documentario non è.  Si tratta, piuttosto, di una sorta di meta-documentario, in cui realtà e recitazione si sfiorano senza mai intrecciarsi: i personaggi, sì, recitano, ma interpretando le loro stesse vite, in una sorta di pirandellismo moderno.
La cura nella scelta dei protagonisti, il garbo con cui Rosi ha saputo affacciarsi sulle loro vite, senza mai, tuttavia, invaderle, hanno permesso di creare un’opera assolutamente originale ed incisiva che porta una ventata di novità nel cinema italiano.

Voto: 8,5

Chiara Di Ilio