I, Frankenstein

23/01/2014

di Stuart Beattie
con: Aaron Eckhart, Miranda Otto, Bill Nighy, Yvonne Strahovski, Socratis Otto, Jai Courtney, Kevin Grevioux, Aden Young

Da secoli è in corso una guerra occulta tra le forze del bene, ovvero l’Ordine dei Gargoyles, fondato niente di meno che dall’Arcangelo Michele in persona, e le Legioni infernali, capitanate dal Principe dei demoni Naberius. La creatura di Victor Frankenstein, comprensibilmente incline alla misantropia, rimane coinvolta nella lotta tra il bene e il male nel momento in cui si ritrova braccata dai demoni di Naberius, il quale intende servirsi del diario del suo creatore per condurre a compimento il suo piano di conquista della terra.
Il rispetto filologico nei confronti del romanzo di Mary Shelley si esaurisce nell’incipit del film, che si riallaccia fedelmente al termine del libro, con la morte di Victor Frankenstein tra i ghiacci del Polo Nord. Quello che segue è il maldestro tentativo di infondere una scintilla di vita in un universo finzionale dal carattere marcatamente gotico, innervandovi un inedito substrato mitologico. Purtroppo però, gli autori non possiedono la sopraffina abilità del “Prometeo moderno” dell’Università di Ingolstadt nel rianimare i tessuti morti. Se la saga di “Underworld” aveva alle spalle in maniera non dichiarata un mondo minuziosamente dettagliato come quello del “World of Darkness” della Whitewolf, questa volta gli sceneggiatori Kevin Grevioux (autore dell’omonima graphic novel) e Stuart Beattie sembrano annaspare a casaccio, all’insegna dell’accumulo indiscriminato di temi e situazioni. Anche volendo glissare sull’infantile manicheismo del plot, assai più accentuato che in prodotti consimili, la sola idea di tirare in ballo uno dei caposaldi della letteratura gotica trasformandolo in un eroe da “action-fantasy”, fa scorrere brividi lungo la schiena. E questo non tanto per l’arbitrarietà dell’idea, quanto per l’incapacità di elaborarla in maniera coerente.
Il Frankenstein di Aaron Eckhart, un eclatante caso di “miscasting”, dopo un malaugurato incontro con i demoni, decide di trascorrere duecento anni in solitudine nelle zone più impervie del pianeta. Al contrario del suo omonimo letterario, tralascia però la lettura delle “Vite” di Plutarco per impratichirsi nel Kali filippino, l’arte del combattimento con i bastoni, che in seguito gli tornerà  assai più utile. Una volta tornato alla civiltà, in una città imprecisata dominata da una cattedrale in puro gotico “flamboyant”, scopre che Naberius non si è affatto dimenticato della sua esistenza. Sotto le spoglie del dottor Wessex, il Principe dei demoni prosegue infatti nelle sue ricerche volte a rianimare i cadaveri, con la collaborazione di un’elettrofisiologa di talento, la dottoressa Terra Wade, la quale è all’oscuro di tutto. Anche i Gargoyles sono interessati a Frankenstein, sia per impedire che cada nelle mani di Naberius, sia per mettere al sicuro il diario di Victor, che potrebbe fornire alle forze del male degli indizi decisivi.
Come se tale risibile accozzaglia non apparisse sufficiente, si è pensato bene di porre l’accento sui tormenti esistenziali di Frankenstein, sui quali, però, aveva già detto tutto con ben altra efficacia James Whale ne “La moglie di Frankenstein”. Leonore, la Regina dei Gargoyles (una perplessa Miranda Otto) si rammenta della citazione miltoniana posta in esergo dalla Shelley, e lo ribattezza prontamente Adam. Possedere un nome è già un primo passo verso la costruzione della propria identità, ma il vero interrogativo che affligge il protagonista è un altro. Il mostro di Frankenstein, possiede un’anima? Per scoprirlo, il granitico Aaron Eckhart dovrà decidere da che parte schierarsi, ma soprattutto dovrà fare sfoggio della propria preparazione atletica facendo “discendere” un nutrito numero di demoni a suon di bastonate.
L’unica cosa che potrebbe salvare “I, Frankenstein” sono le coreografie delle sequenze d’azione e la regia. Se per quanto concerne il primo punto non si intravede alcun Yuen Woo-ping all’orizzonte, duole sottolineare che anche dietro la macchina da presa l’australiano Stuart Beattie stenta a elevarsi da una mesta mediocrità. A parte qualche riuscita prospettiva a volo d’uccello, anzi di gargoyle, accompagnata da spassosi effetti digitali, soprattutto quando angeli e demoni “ascendono” e “discendono” contemporaneamente, la limitata inventiva e l’ordinarietà della messa in scena dissipano l’esiguo potenziale a disposizione. Gli effetti CGI raggiungono a stento la soglia della sufficienza, così come le scenografie di Michelle McGahey (a parte una cattedrale che farebbe la gioia di Fulcanelli) e i costumi di Cappi Ireland, che oscillano tra il trovarobato da recita scolastica (la Regina Leonore) e gli avanzi di magazzino di “Scontro di Titani”. Decisamente inadeguato il make-up dei demoni, a livello di festa di Halloween, mentre il character design dei Gargoyles, che sembrano aver abusato di steroidi, fa rimpiangere amaramente quelli disegnati da Viollet-le-Duc per i doccioni di Notre Dame. Aaron Eckhart, completamente fuori parte, si lascia alle spalle le brillanti prove di “Thank You for Smoking” e “Nella società degli uomini”, con un’interpretazione al minimo sindacale, mentre Bill Nighy, già Arcivampiro di “Underworld”, dà una brillante dimostrazione di over-acting. Alla fine, la migliore del cast si rivela la Yvonne Strahovski di “Dexter” nel ruolo di Terra Wade.
Il solo risultato raggiunto da “I, Frankenstein” è quello di far rimpiangere “Underworld” e la regia di Len Wiseman, che paragonato a Stuart Beattie sembra Kubrick, nonché lasciarci con inquietanti interrogativi sulle scelte professionali di attori dignitosissimi: Aaron Eckhart, perché?

Voto: 5

Nicola Picchi