Robocop

06/02/2014

di Josť Padilha
con: Joel Kinnaman, Michael Keaton, Gary Oldman, Abbie Cornish, Samuel L. Jackson, Jackie Earle Haley, Michael K. Williams, John Paul Ruttan, Jennifer Ehle

Nel 2029 i droni da combattimento e i robot della OmniCorp vengono utilizzati durante le missioni internazionali, ma il Dreyfuss Act ne vieta l’utilizzo sul suolo americano. Nel tentativo di portare dalla sua parte l’opinione pubblica, il CEO Raymond Sellars decide di umanizzarli progettando un cyborg, metà uomo metà macchina. Quando il poliziotto Alex Murphy resterà gravemente ferito in seguito a un attentato, Sellars e il dottor Dennett Norton utilizzeranno quel che è rimasto del suo corpo per creare il primo “Robocop”.
L’idea di realizzare un remake di “Robocop” (1987) risale al lontano 2005. Dopo l’iniziale coinvolgimento di Darren Aronofsky, che abbandonò il progetto in seguito a divergenze creative con la produzione, la regia fu affidata nel 2011 al brasiliano José Padilha, il quale si era messo in luce con i due, crudissimi “Tropa de Elite”. Dopo qualche anno di ritardi e tentennamenti, il remake/reboot di uno dei film più amati di Paul Verhoeven vede finalmente la luce, mentre Padilha asseconda le esigenze del marketing spendendosi pubblicamente a favore del suo film, dopo averlo definito in privato l’esperienza peggiore della sua vita.
Il “Robocop” del 2014 nasce in un contesto politico e sociale molto diverso da quello degli anni ’80, gli anni di Reagan e di Margaret Tatcher, e sarebbe da ingenui pensare che Padilha sarebbe stato in grado di eguagliare l’acre sarcasmo e la critica sociale del sulfureo Verhoeven. Purtroppo, una volta abbandonata la simbologia cristologica e la violenza esasperata del film originale, ci si ritrova per le mani un “Robocop” che non è in grado di raggiungere neanche la schietta brutalità del “Robocop 2” (1990) di Irvin Kershner, ma solamente un prodotto esangue, innocuo e sterilizzato, adatto a quel pubblico di tredicenni che costituisce ormai il principale target di riferimento delle majors. E se gli eccessi splatter cadono sotto la scure del PG13, anche la distopia non se la passa tanto bene.
Sopravvive a stento un’esile intenzione satirica, delegata al personaggio del presentatore televisivo Pat Novak, repubblicano di ferro che fa apparire quelli del Tea Party un branco di democratici smidollati, e all’incipit del film. Durante la consueta esportazione della democrazia a stelle e a strisce (a Teheran!), effettuata con l’aiuto dei droni da combattimento della OmniCorp, si verifica un attacco dei kamikaze iraniani. Nel corso della battaglia che ne consegue, i droni, per dirla con Graham Greene, si fanno colare sulle scarpe un po’ di democrazia, uccidendo un ragazzino armato di coltello. Il Senato e l’opinione pubblica degli Stati Uniti, che non hanno nulla da eccepire sul loro utilizzo durante quelle “missioni di pace” dai nomi così pittoreschi (vedi la lista stilata da Gore Vidal…), non si fida però ad averli nel cortile di casa. Quello che atterrisce il popolo americano è la mancanza di coscienza dei robot, motivo per cui il CEO Raymond Sellars, una specie di Steve Jobs che, in omaggio agli imperativi della delocalizzazione, ha trasferito i laboratori della OmniCorp tra le risaie cinesi, ha l’idea di tranquillizzarlo ricorrendo al buon, vecchio fattore umano. Ma il mefistofelico Sellars sa bene che sarà sempre il software a guidare le azioni del cyborg, e che l’uomo al suo interno avrà solamente l’illusione di possedere il libero arbitrio. I problemi sorgeranno quando Alex Murphy si rivelerà in grado di bypassare il  sistema, mettendosi a indagare sul proprio tentato omicidio ad opera del boss Antoine Vallon, un gangster in combutta con le forze di polizia di Detroit.
La sceneggiatura di Joshua Zetumer, completamente fuori fuoco per eccesso di strabismo, stenta a definire un arco narrativo compiuto, disperdendosi in mille rivoli orfani di significato. Da una parte concede uno spazio maggiore al dramma umano di Alex Murphy e ai suoi rapporti con la moglie Clara e con il figlio David, una mossa che lascia il tempo che trova vista la superficialità dello script, dall’altra non è in grado di costruire un antagonista convincente, dato che né Vallon, né Rick Mattox (consulente militare della OmniCorp), né tantomeno Sellars possiedono il carisma del “villain”. Questo ondivago girovagare, da peripatetico con deficit d’attenzione, non rende un buon servizio neanche al povero Padilha, il quale si rassegna a mettere in scena qualche concitata sequenza di guerriglia urbana, come un Peter Berg qualsiasi. Senza contare che la focalizzazione sul dramma interiore di Alex Murphy invocata dal regista, si esaurisce nel nuovo concept dell’esoscheletro, che ne ridefinisce l’estetica in base ai canoni stabiliti dai Batman di Nolan e lascia in dotazione ad Alex una mano “umana”.
Neanche un discreto Joel Kinnaman o vecchie volpi come Gary Oldman, Samuel L. Jackson e Michael Keaton riescono a salvare questo remake di “Robocop” dall’insipienza, ma forse dovremmo seguire l’esortazione rivolta da Pat Novak a quanti accusano gli Stati Uniti di imperialismo, e smettere di lamentarci.

Voto: 5,5

Nicola Picchi